Nella foresta pluviale della Nigeria meridionale, sorge Benin City, da non confondere con la Repubblica del Benin (l’ex Dahomey). Questa città nigeriana è famosa in tutto il mondo per la sua straordinaria arte, molto ambita dai collezionisti e appassionati d’Africa.

Benin City si trova tra la zona occidentale del delta del fiume Niger e la costa: non si affaccia quindi sul mare. Fu in questa regione così protetta che la città sorse circa un millennio fa. Proprio grazie alla sua particolare ubicazione, facilmente difendibile, Benin City divenne un centro urbano molto potente, nel cuore della foresta pluviale.

Una comunità di artigiani

La foresta nella quale sorse era estremamente ricca di risorse, come le palme da olio. Venivano coltivate anche le patate dolci. La foresta era luogo di caccia e forniva poi materiali utili per costruire abitazioni, ma anche fortificazioni. Ciò che più colpisce nella storia di Benin City è la qualità dei prodotti realizzati dai suoi artigiani. Fondevano l’ottone, lavoravano il ferro, intagliavano l’avorio e creavano pregevoli oggetti in terracotta. Gli artigiani conoscevano la tecnica della fusione in lega di rame: tecnica si presume introdotta verso la metà del XIV secolo. La ricchezza di Benin City fu raccontata anche dai primi esploratori e colonizzatori portoghesi, francesi, inglesi. La forza di questo centro era basata anche dal fatto che la popolazione parlava la stessa lingua, chiamata Edo e la comunità attuale che vive nell’area di Benin City porta sempre il nome Edo.

L’affermazione e la potenza di Benin City fu possibile grazie alla presenza di un’autorità rappresentata da un re chiamato Oba, dotato di poteri militari, civili e religiosi. Molti artigiani lavoravano proprio per l’Oba. Preziose e notevoli sculture – molte delle quali oggi conservate in vari e importanti Musei (come quello di archeologia e antropologia di Cambridge) – vennero realizzare per donarle all’Oba e ad altre autorità anziane, spesso per fini religiosi. Il potere dell’Oba rimane ancora vivo, sebbene ridimensionato, all’interno della comunità nigeriana di Edo.

Tramandare storie e tradizioni

Le sculture e gli oggetti d’arte prodotti dagli artigiani di Benin City rimangono dei veri capolavori. Gli esperti la definiscono “arte aulica”, poiché rappresenta il sovrano e il suo potere. È un’arte che esalta il re, l’Oba. Famose sono per esempio le teste in ottone, in grandezza naturale, che raffiguravano gli antenati degli Oba. Le sculture venivano posizionate in luoghi di culto dove poter ricordare e onorare gli avi. Teste cerimoniali, altari, placche decorative, maschere a ciondolo, ornamenti sono alcuni degli oggetti divenuti poi famosi in tutto il mondo. La bellezza dell’arte di Benin City è legata proprio all’abilità dei suoi artigiani, che conoscevano vari metodi per fondere i metalli, come il rame, l’ottone e il bronzo. Oltre che per fini religiosi, secondo gli archeologi, le sculture prodotte da questi abili artigiani servivano anche per ricordare e per tramandare storie, nonché tradizioni locali.

Prima dell’arrivo dei colonizzatori, a Benin City non vi era una specifica forma di scrittura. Tutto veniva tramandato oralmente o attraverso manufatti artistici. Tra questi segnaliamo varie targhe piatte e rettangolari, in ottone, che appaiono come un grande libro aperto. Queste targhe venivano appese alle pareti del palazzo dell’Oba e raffiguravano non solo il re, ma anche altri capi, soldati, servitori, e poi edifici, e persino sacrifici animali. Vennero ritratti anche i colonizzatori europei, muniti di moschetti e di altre armi.

Fu proprio il colonialismo europeo, e in particolare quello britannico, a decretare la fine dello sviluppo e della potenza di Benin City. Per effetto della dominazione inglese, la straordinaria arte prodotta dagli artigiani di Benin City venne saccheggiata. Il fiorente sviluppo di questo centro della Nigeria meridionale viene in qualche modo mantenuto in vita proprio attraverso i suoi manufatti, molti dei quali oggi esposti nei musei di Londra e di New York.

Silvia C. Turrin

Foto: MET museum; University of Iowa; Wikimedia.