Igiaba Scego (Roma, 1974) è una scrittrice e ricercatrice italiana di origini somale.
Laureata in Letterature straniere presso La Sapienza di Roma, ha svolto un dottorato di ricerca in Pedagogia.
È una delle autrici di punta della letteratura postcoloniale italiana, tra i suoi romanzi, La linea del colore. Il grand tour di Lafanu Brown (Bompiani, 2020; Premio Napoli), Cassandra a Mogadiscio (Bompiani, 2023). Collabora per diversi quotidiani, ha una sua rubrica per La Stampa di Torino.
Nel mese di maggio ha pubblicato, con le illustrazioni di Chiara Abastanotti, la graphic novel: Figli della foresta: Due vite africana rapite dal colonialismo italiano (Beccogiallo editore, 2026).
Il sottotitolo ci racconta di cosa tratta. La storia di due bambini strappati alla loro terra.
Una storia vera di colonialismo, razzismo e rimozione. Temi da sempre molto cari all’autrice.
Dei due protagonisti della grahic novel, Igiaba Scego ha detto: Tukuba e Makunka sono i nostri figli, i nostri fratelli, i nostri antenati. La loro storia è la nostra. Una storia che deve entrare a far parte della memoria pubblica italiana.
Siamo nel 1873 l’esploratore e botanico tedesco Georg August Schweinfurth invia alla società geografica italiana un telegramma di poche righe dove è annunciata la morte di Giovanni Miani, la fine dell’esplorazione del Nilo Superiore finanziata dal governatore del Sudan Djafer Pascia e la presenza tra i beni lasciati da Miani di due “pigmei”. La parola pigmeo, oggi fortemente dispregiativa, indicava allora alcune popolazioni che abitavano i territori della foresta pluviale dell’Africa Centrale e Occidentale. Il mondo scientifico va in fibrillazione, eccitato dall’idea di poter vedere dal vivo, in carne e sangue, due persone di quei popoli. Ed è così che due bambini vengono di fatto deportati in Europa e violati nella loro intimità solo per essere osservati, classificati, analizzati. Due bambini ribattezzati dallo stesso Miani Tibò e Kairalla, togliendo così loro anche il vero nome delle terre natie, Tukuba e Makunka. Disumanizzati da una scienza che non li ha mai visti come persone, strappati ai loro a affetti e alla loro foresta, costretti a viaggi estenuanti via mare e attraverso numerose città (Khartoum, Il Cairo, Alessandria, Napoli, Roma, Firenze, Rovigo, Verona), Tukuba e Makunka sono due simboli delle rimozioni sul passato coloniale italiano. Di loro restano solo una manciata di foto, i resoconti scientifici delle violazioni corporee subite, i volti mai illuminati da un sorriso, i commenti razzisti dei vari scienziati che li hanno esaminati e da oggi una graphic novel che restituisce loro dignità nella Storia.
In un’intervista Igiaba Scego ha detto:
È una storia assurda, pazzesca e anche molto triste. I bambini sono visti come oggetti etnografici, dei reperti, non come essere umani. Misurati. La Società Geografica alla fine li consegna ad un nobile veneto che li adotta. Stanno meglio, ma sono sempre oggetti. Da oggetti etnografici a oggetti di lusso : moretti da camera. La graphic novel racconta la storia dal di dentro, con gli occhi dei bambini. Non sono stati gli unici bambini trattati così, era una prassi diffussa. Oggi la violazione dei bambini continua, la mentalità degli adulti è la stessa. Continua il razzismo.
Il passato non è ancora passato, bisogna conoscerlo per non ripeterlo.
A cura di Ludovica Piombino
Biblioteca africana Borghero
