Il New York Black and African Literature Festival, il festival letterario che unisce la diaspora africana globale, torna ad Harlem per la sua seconda edizione, dal 18 al 20 settembre prossimi.
Tema di questa edizione sarà Il villaggio nel libro: letteratura e senso di comunità. Il villaggio come unità di prossimità: il quartiere, la città, la regione, la comunità linguistica, la congregazione, i beni comuni da cui non possiamo uscire psicologicamente.
Per gli scrittori che vivono e lavorano all’interno dei propri paesi, questa prossimità è letterale. Per gli scrittori della diaspora, le domande sono diverse: la distanza squalifica? Quando scrivi da un altro luogo, a chi ti rivolgi e a quali condizioni?
Queste tensioni non sono un’esclusiva della vita letteraria nera e africana, ma al suo interno vengono avvertite con particolare intensità. Le eredità dello sfruttamento, dello spostamento e l’architettura disuguale dell’industria editoriale globale fanno sì che il rapporto tra scrittore e luogo non sia mai stato neutrale.
Per gran parte del ventesimo secolo, le maggiori opere della letteratura africana sono state pubblicate a Londra, Parigi e New York. Le lingue in cui erano scritte, il pubblico per cui venivano curate, i premi che le legittimavano e le economie che le sostenevano si trovavano, nella maggior parte dei casi, altrove. Gli scrittori che desideravano essere letti oltre i propri confini dovevano spesso andarsene o scrivere come se lo avessero fatto.
Ciò ha prodotto una letteratura straordinaria, ma ha anche creato una distanza strutturale tra lo scrittore e la comunità che appariva nell’opera. La letteratura caraibica porta con sé un’eredità parallela, scritta attraverso imperi, lingue e spesso rivolta a un pubblico metropolitano il cui interesse non è mai stato garantito né incondizionato. Per gli scrittori neri americani, la questione assume una forma diversa ma correlata.
La Grande Migrazione, la lunga esclusione dalle infrastrutture editoriali e il persistente controllo su quali storie contino come universali hanno fatto sì che la vicinanza alla propria comunità sia sempre stata qualcosa per cui lottare. Ciò che unisce queste storie è una condizione condivisa.
I termini in cui gli scrittori neri e africani incontrano le proprie realtà locali raramente sono stati stabiliti dalle realtà locali stesse. Questa condizione non è solo storica.
Persiste nell’economia dell’editoria contemporanea, nei regimi dei visti che determinano quali scrittori possano viaggiare liberamente e quali no, negli algoritmi che modellano cosa viene letto e da chi.
Efe Paul-Azino, scrittore e poeta nigeriano, direttore creativo del Festival, aggiunge:
Quest’anno rivolgiamo la nostra attenzione al locale come primaria unità di interesse: mentre le persone in tutto il mondo si trovano a fare i conti con democrazie in via di frammentazione, sfollamenti di massa e la disorientante trasformazione della vita umana da parte dell’intelligenza artificiale, il nostro programma per il 2026 è stato concepito per rendere queste pressioni comprensibili e, di conseguenza, contestabili. Crediamo che molte di queste sfide debbano essere affrontate a livello comunitario e locale, dove l’immaginazione deve incontrare le condizioni materiali. Gli scrittori e la letteratura non possono sostituirsi a questo lavoro, ma non ne sono nemmeno separati. Gli artisti, in generale, svolgono il ruolo cruciale di rendere una comunità leggibile a se stessa; di registrare il cambiamento prima che i dati lo evidenzino; di chiamare il potere locale a rispondere delle proprie azioni in lingue e contesti che il pubblico locale possa riconoscere; di insistere sulla complessità di luoghi che la politica tende ad appiattire.
Il festival porta a Harlem, per tre giorni di incontri, scrittori provenienti da tutta l’Africa, dai Caraibi, dall’America Latina e dalla diaspora più ampia.
Attraverso il dialogo guidato e la riflessione condivisa, i partecipanti di quest’anno esamineranno la responsabilità richiesta verso ciò che è vicino, comunità, “villaggio”.
A cura di Ludovica Piombino,
Biblioteca africana Borghero