Su cosa si fonda la forza dei jihadisti nel Sahel

Continuando la nostra rassegna sui temi GPIC, vi segnaliamo alcuni contributi pubblicati dal centro di studi internazionali Crisis Group , basato a Bruxelles e Dakar, e che riguardano la situazione attuale del Sahel.

Il primo è un articolo di Hannah Armstrong, del 13 December 2019: Derrière l’attaque jihadiste d’Inates au Niger (Dietro l’attacco jihadista di Inatès in Niger). Clicca sul titolo per aprire il Pdf

L’autrice si sofferma sulla recente strage jihadista di Inates, al confine Niger-Mali. È la più cruenta di sempre nella regione del Sahel.

Milizie di autodifesa e jihadismo

La studiosa tenta di spiegare perché i jihadisti hanno il sopravvento sulle forze dell’ordine dei due stati in questa zona del Sahel. Secondo lei, hanno un ruolo fondamentale le tensioni etniche tra le due comunità, peul e tuareg, che si disputano le terre più adatte alla pastorizia e le sempre più scarse risorse idriche.

Ritornando indietro di qualche anno, la formazione di milizie di autodifesa peul e tuareg (favorita dai governi) ha aumentato la conflittualità etnica. I jihadisti soffiano ora su queste rivalità in funzione antigovernativa, reclutano giovani formati militarmente dai governi, ed eliminano i capi tradizionali che collaborano con i gli eserciti di Mali e Niger.

Per comprendere la situazione politica e sociale del Sahel, che fa da sfondo all’espansione del jihadismo, sono particolarmente utili due rapporti, reperibili nello stesso sito del Crisis Group.

L’espansione della minaccia jihadista verso sud

Il primo evidenzia il rischio, tutt’altro che ipotetico, di una propagazione nei paesi costieri dell’Africa Occidentale delle azioni terroristiche dei gruppi jihadisti del Sahel. E formula alcune misure che dovrebbero essere prese per prevenire questo pericolo.

Il titolo è: L’Afrique de l’Ouest face au risque de contagion jihadiste (L’Africa Occidentale di fronte al rischio del contagio jihadista). Clicca sul titolo per aprire il Pdf

Una breve sintesi:

Il Burkina Faso occupa una posizione centrale, collegando il Sahel ai paesi costieri e condividendo i confini con quattro di essi: Benin, Costa d’Avorio, Ghana e Togo. Il Burkina intrattiene inoltre relazioni storiche, umane, economiche e politiche speciali con i suoi vicini meridionali. Tutto ciò lo rende una porta aperta sul Golfo di Guinea.

Stabilitisi oggi in Burkina, i gruppi jihadisti occupano una posizione ideale per proiettarsi verso sud. I gruppi jihadisti hanno ripetutamente indicato di voler espandere le loro attività sulla costa dell’Africa occidentale.

I paesi del Golfo di Guinea benché più ricchi dei paesi del Sahel, sono comunque fragilizzati dallo stesso sottosviluppo nelle regioni periferiche, dal disincanto di una parte della popolazione nei confronti di Stati assenti o repressivi, dalla disfunzione dei servizi di sicurezza e di intelligence. In diversi paesi del Golfo di Guinea le elezioni, che si terranno nel 2020 e che si annunciano contrastate, aumentando la minaccia di violenza politica.

La fragilità della regione è anche dovuta all’incapacità degli stati di lavorare insieme. Hanno avuto grandi difficoltà per trovare una risposta comune alla minaccia jihadista. La creazione di diverse strutture con la stessa missione di sicurezza ha frammentato la forza di reazione al terrorismo.

La CEDEAO (Comunità Economica cei Paesi dell’Africa dell’Ovest) sta ora cercando di coordinare le forze, ripristinare l’ordine e organizzare operazioni militari congiunte tra i suoi stati membri. Ma ha l’handicap di non avere un Paese che faccia da capo-fila. Inoltre difficilmente riuscirà a mettere sul piatto il miliardo di dollari necessario per le operazioni congiunte.

Esiste un’opzione più efficiente e meno costosa. Invece di accelerare le operazioni militari, gli Stati costieri dovrebbero concentrarsi sulla condivisione dell’intelligence e sul rafforzamento dei controlli alle frontiere. Dovrebbero raddoppiare i loro sforzi per riconquistare la fiducia delle comunità locali e rallentare l’infiltrazione jihadista nelle loro aree settentrionali.

In questa fase della minaccia, le autorità dovrebbero favorire operazioni mirate, basate su informazioni affidabili, piuttosto che operazioni su larga scala che potrebbero comportare ritorsioni e abusi sui civili, in particolare nelle comunità spesso sospettate di essere vicino ai jihadisti.

È anche importante che ECOWAS e i suoi partner internazionali, in particolare l’Unione europea e la Francia, intensifichino i loro sforzi diplomatici per prevenire crisi elettorali potenzialmente violente, che potrebbero minacciare la stabilità di questi paesi allo stesso modo dei gruppi jihadisti, e creare per questi

Miniere d’oro artigianali: il forziere dei jihadisti

Il secondo rapporto analizza la diffusione nel Sahel della ricerca artigianale dell’oro.

L’estrazione illegale dell’oro, ad opera dei cercatori, è in gran parte controllata dai gruppi jihadisti, perché serve loro da fonte di finanziamento. Il rapporto, oltre a descrivere il fenomeno e le conseguenze, indica alcune soluzioni affinché l’estrazione dell’oro possa beneficiare ai governi e alle popolazioni locali.

Il rapporto porta il titolo: Reprendre en main la ruée vers l’or au Sahel Central (Riprendere in mano la corsa all’oro nel Sahel Centrale). Clicca sul titolo per aprire il Pdf

Una sintesi:

In Mali, Burkina Faso e Niger, è dal 2016 che i gruppi armati hanno preso il controllo dei siti di estrazione artigianale dell’oro in aree in cui lo stato è debole o assente. Li ha favoriti la scoperta, nel 2012, di una ricchissima vena aurifera che va dal Sudan alla Mauritania.

Questi gruppi armati, di cui fanno la grossa parte i terroristi e i jihadisti che operano nel Sahel, trovano in queste miniere d’oro una nuova fonte di finanziamento delle loro attività eversive, e persino un terreno fertile per il reclutamento. Le reti informali sono sempre più coinvolte nel trasporto del metallo prezioso.

Gli stati saheliani dovrebbero incoraggiare l’inserimento di queste attività di estrazione nell’economia formale, pur facendo attenzione a non mettersi a non cercare lo scontro con i minatori d’oro. Per questo devono disciplinare le forze di sicurezza governative e le milizie loro alleate, sempre tentate di imporre un loro monopolio sull’estrazione illegale.

I governi di questi paesi e di coloro che acquistano il loro oro dovrebbero rafforzare la loro regolamentazione del settore:

Gli stati del Sahel centrale dovrebbero anche rafforzare i controlli sui canali internazionali di commercializzazione dell’oro, per ridurre il rischio di riciclaggio e finanziamento dei gruppi armati.

(a cura di p. Marco Prada)

2019-12-26T19:38:20+00:00 31 dicembre 2019|Categories: GPIC|