A Genova la testimonianza di suor Sandra Catapano (missionaria della congregazione Nostra Signora degli Apostoli) rilancia l’eredità dei martiri d’Algeria: fraternità, dialogo e nonviolenza come risposta concreta alle tensioni del presente.

Non una semplice commemorazione, ma una proposta concreta per l’oggi. La mostra “Chiamati due volte”, dedicata ai martiri d’Algeria, ha offerto l’occasione per rileggere una pagina drammatica della storia recente alla luce delle sfide attuali.

A guidare l’incontro è stata la testimonianza di suor Sandra Catapano, missionaria in Algeria per tredici anni tra Orano e Tlemcen.

Il titolo della mostra, “Chiamati due volte”, sintetizza il cuore della loro esperienza: una prima chiamata alla vita consacrata e una seconda al dono totale di sé, fino al martirio.

I 19 religiosi uccisi tra il 1994 e il 1996 durante la guerra civile algerina sono il volto più noto di quella stagione di violenza. Ma, è stato ricordato, la memoria non può fermarsi a loro.

Nello stesso periodo morirono circa 150.000 algerini: uomini e donne comuni, imam, intellettuali, cittadini impegnati per un Paese più giusto. Tra questi anche Mohammed Bouchikhi, amico e collaboratore del vescovo Pierre Claverie, ucciso con lui nell’attentato del 1° agosto 1996.

Le parole ritrovate nel suo diario – il desiderio di restare accanto all’amico fino alla fine – restituiscono la profondità di un legame che supera ogni appartenenza religiosa.

Tra i martiri figurano religiosi e religiose di diverse congregazioni: tra cui le suore NSA Angèle-Marie Littlejohn e Bibiane Leclercq, i sette monaci di Tibhirine e il vescovo di Orano mons. Pierre Claverie. Una presenza discreta, radicata nella vita quotidiana: scuole, biblioteche, formazione, accompagnamento delle persone.

Le lettere e le testimonianze raccontano uno stile missionario fatto di prossimità. Suor Bibiane descrive visite a famiglie povere, momenti di condivisione attorno a un tavolo, relazioni costruite giorno dopo giorno. Anche nelle differenze religiose, cristiani e musulmani vivevano gesti semplici di amicizia, fino a condividere gli auguri nelle rispettive feste.

Il contesto era segnato dalla crisi politica dei primi anni ’90: l’ascesa del Fronte Islamico di Salvezza, l’annullamento delle elezioni del 1992 e l’esplosione della guerra civile. In quel clima di violenza diffusa, i religiosi scelsero consapevolmente di restare.

Una decisione maturata nel discernimento personale e comunitario, come segno di solidarietà con la popolazione. “Essere lì dove si soffre”, scriveva monsignor Claverie, indicando una Chiesa presente accanto alle vittime.

Dalla loro esperienza emergono alcune linee essenziali: l’umiltà di chi non pretende di possedere la verità, l’apertura al dialogo, la fiducia in Dio e la scelta della nonviolenza.

Non principi astratti, ma atteggiamenti vissuti nel quotidiano, anche nelle situazioni più difficili.

La loro eredità non riguarda solo il passato. Interpella il presente, segnato da nuove tensioni e da forme diffuse di aggressività.

La testimonianza dei martiri indica una via possibile: costruire fraternità a partire dalle relazioni concrete, nella vita di ogni giorno.

Marta Farruggia
Genova


Il messaggio del Papa per l’Algeria

Nel solco della testimonianza dei martiri si inserisce anche il magistero di Papa Leone XIV, che lo scorso aprile durante la visita in Algeria ha richiamato con forza il valore del dialogo e della convivenza tra religioni.

Il Papa ha indicato una Chiesa chiamata a una presenza discreta, capace di stare accanto senza imporsi, privilegiando l’incontro e il servizio. In un contesto segnato da ferite ancora aperte, ha invitato cristiani e musulmani a riconoscersi fratelli, uniti dalla comune ricerca di Dio.

Al centro del suo messaggio, il tema della nonviolenza. Il disarmo, ha sottolineato, non riguarda solo i conflitti armati, ma anche gli atteggiamenti quotidiani: parole, relazioni, gesti. È lì che si costruisce una pace duratura.

Un richiamo che trova eco nella vita dei martiri d’Algeria, rimasti accanto al popolo anche nei momenti più difficili. La loro scelta di condividere la sofferenza, senza fuggire, resta un segno forte per il presente.

Il loro sacrificio continua a generare speranza, indicando una strada fatta di dialogo, rispetto e fiducia reciproca tra credenti di diverse religioni.



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