Il Premio Nobel per la Pace 2026 è stato assegnato alla sudafricana Navanethem Pillay (detta “Navi”). Il Comitato norvegese ha spiegato la decisione sottolineando l’impegno della giurista “a favore della pace e del diritto internazionale”.
In un tempo scandito da conflitti, corse al riarmo e logiche bellicistiche occorre applaudire questa scelta. Anche perché non si tratta semplicemente di un riconoscimento che inneggia alla Pace, è molto di più. Capiamo il motivo…
Per comprendere la forza simbolica di questa decisione presa ad Oslo occorre scandagliare i passi principali del cammino professionale di Navanethem Pillay.
Classe 1941, Pillay è nata e cresciuta alla periferia di Durban.
Un dettaglio che a molti può sembrare insignificante. In realtà, non è così, poiché Durban è una delle città più cosmopolite del Sudafrica, dove è da secoli presente una nutrita comunità asiatica, in particolare indiana. E “Navi” è infatti di origine indiana. Anche questo è un dettaglio non di poco conto.
L’influsso di Gandhi

Gandhi, giovane avvocato, ai tempi della sua permanenza in Sudafrica
Ricordiamo il ruolo che ebbe Gandhi, all’epoca giovane avvocato, proprio in Sudafrica, nel contrastare le ingiuste leggi della separazione razziale. Il Mahatma (la grande anima) vi giunse nel 1893, chiamato da una ditta indiana per rappresentarla. Terminato il lavoro, Gandhi avrebbe dovuto ripartire, ma il suo spirito di devozione verso la comunità indiana lo spinse a restare. Vi rimase dal 1893 al 1914.
Questa esperienza a contatto con le discriminazioni razziali e le ingiustizie sociali (gli indiani come i neri sudafricani dovevano vivere in quartieri separati da quelli dei bianchi, non potevano camminare sui marciapiedi e i loro diritti civili erano fortemente limitati, essendo considerati inferiori per il colore della pelle) lo cambiò, portandolo a sviluppare l’idea di Satyagraha, la forza della verità.
Durante gli anni in cui è rimasto in Sudafrica, Gandhi ha creato due comunità rurali, una a Durban, l’altra alla periferia di Johannesburg (la fattoria Tolstoj) e si è impegnato a educare i suoi connazionali su temi legati alla politica, all’economia, alla medicina e alla spiritualità.
L’impegno anti-apartheid e la forza della legge
L’influsso di Gandhi sull’operato di Navanethem Pillay come giurista è percepibile nelle sue scelte e nel suo modo di agire. Una volta conseguita la laurea, si è attivata come avvocato, impregnandosi nella difesa legale di tanti esponenti anti-apartheid appartenenti a vari movimenti, tra cui il Black Consciousness Movement. E fu grazie al suo lavoro che i detenuti politici di Robben Island – incluso Nelson Mandela – ottenero l’assistenza legale.
Ricordiamo che la stessa Pillay – essendo di origine indiana – ha sperimentato direttamente le politiche razziste che pervadevano il Sudafrica.
Proprio come Nelson Mandela, anch’egli avvocato, Navanethem Pillay ha intrapreso studi di giurisprudenza per contrastare, attraverso la legge, discriminazioni e abusi di potere. Era talmente determinata che nel 1967 riuscì ad aprire il suo studio legale: un traguardo importante essendo stata la prima donna a farlo nell’allora Natal, come era chiamata la sua terra d’origine, oggi KwaZulu-Natal.
Dopo il dottorato in scienze giuridiche presso la Harvard Law School, Navanethem Pillay ha dedicato la sua vita professionale a difendere i diritti umani e a proteggere il diritto internazionale.
Lo testimonia, tra l’altro, il suo autorevole ruolo di Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani dal 2008 al 2014. Oltre ad essere stata giudice presso l’Alta Corte del Sudafrica, ha lavorato, sempre come giudice, alla Corte penale internazionale. Inoltre, è stata presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda: un ruolo importante, attraverso il quale ha stabilito una giurisprudenza innovativa in tema di stupro, ritenuto atto di genocidio e di propaganda d’odio.
Proprio per i ruoli da lei coperti, è evidente come il riconoscimento arrivato da Oslo non sia soltanto un Premio per la Pace, ma anche un chiaro messaggio di difesa del diritto internazionale.
Un messaggio rilevante, perché, come ben sappiamo, in questi ultimi anni il diritto internazionale viene messo in discussione e considerato come “un peso ingombrante” da coloro che calpestano i diritti umani.
Il Premio Nobel per la Pace 2026 mostra ancora di più la sua forza e la sua valenza considerando che Navanethem Pillay ha presieduto la Commissione d’inchiesta internazionale indipendente delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati – istituita in seguito alla crisi israelo-palestinese del 2021 – fino al novembre 2025.
Commissione tra l’altro criticata non solo dagli Stati Uniti, ma anche da molti Paesi europei.
La Commissione ha messo in evidenzia i crimini di guerra commessi non solo da Hamas, ma anche dall’attuale governo israeliano colpevole, tra l’altro, di avere come bersaglio i più fragili, i bambini, con l’intento di indebolire la crescita demografica e negare al popolo palestinese il diritto all’autodeterminazione.
Pillay, per le sue denunce contro le politiche del governo di Israele, colpevole di aver preso di mira in modo sproporzionato i civili, era ed è tacciata di antisemitismo.
Ma né le critiche, né le accuse di antisemitismo hanno fermato e frenano la giurista sudafricana.
Appresa la notizia del Nobel per la Pace, Navanethem Pillay ha dichiarato:
“Il mio messaggio ai leader e ai responsabili politici è questo: siete soggetti a un obbligo giuridico. A prescindere dagli altri obblighi morali che vi incombono, avete l’obbligo legale di proteggere i diritti umani e astenervi dal fare la guerra”.
L’importante riconoscimento a Pillay ha suscitato molte critiche, in particolare da chi viola sistematicamante i diritti umani e il diritto internazionale.
Ma i consensi e i plausi sono stati forse ben maggiori delle critiche.
Su tutti ricordiamo le parole del Segretario generale dell’ONU António Guterres:
“Pillay ha dimostrato che la forza del diritto deve prevalere sulla legge della forza e che difendere i diritti umani è la garanzia più sicura contro l’ingiustizia”.
Concludiamo questo scritto con una considerazione (personale).
Leggendo vari articoli inerenti Navanethem Pillay e il suo ottenimento del Premio Nobel per la Pace ho colto un’espressione che, ahimè, ricorda l’approccio e l’ideologia razzista tipica del regime di apartheid in Sudafrica. Mi riferisco alla seguente terminologia:
[…]è stata la prima donna non bianca a ricoprire il ruolo di giudice presso l’Alta Corte del Sudafrica…
[…] prima giudice donna non bianca della Corte Suprema…
In apparenza sembrano parole assolutamente corrette, ma se si va in profondità, denotano ancora abitudini linguistiche discriminatorie.
Utilizzando l’espressione “non bianca”, si sottintende che il metro di giudizio parta dall’idea che “il bianco” / “l’essere bianchi” sia la norma di riferimento per descrivere, capire, considerare gli individui e le dinamiche sociali.
Oltre a disarmare le parole, è necessario liberare le nostri menti da quelle idee che tendono a separare, facendo spazio a quelle idee che uniscono.
Occorre sostenere forme di pensiero e di scrittura più etiche.
Silvia C. Turrin
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