Emanuela Anechoum è nata nel 1991 a Reggio Calabria da una famiglia di origine marocchina, vive a Roma.
Dopo gli studi ha iniziato a lavorare nel mondo dell’editoria nel ramo della vendita dei diritti internazionali, prima a Londra e poi a Roma.
Ha scritto per Vice, Doppiozero, Marvin Rivista. Il suo primo romanzo, Tangerinn, pubblicato da E/O nel 2024, ha vinto diversi premi, tra i quali il Premio selezione Bancarella.
Mina ha trent’anni e conduce a Londra una vita costruita con grande attenzione e poca spontaneità, nel tentativo di sentirsi finalmente “giusta”. Una sera riceve una telefonata da sua madre, Berta: il padre è morto. Mina torna in Italia, a casa, per i funerali, ma finisce per restare a lungo. Casa è la periferia di un paese sul mare, un paesino mafioso di provincia, in cui suo padre gestiva un piccolo bar sulla spiaggia, il Tangerinn, frequentato per lo più da immigrati. Omar aveva cercato con quel bar di creare una piccola comunità per tutti coloro che non si sentivano accolti da quella nuova terra. In quello strano luogo dove nessuno sembra essere al suo posto, dove le persone troppo spesso appaiono come fantasmi che passano e svaniscono, Mina ritrova la famiglia, gli amici e soprattutto i ricordi del padre, questo mitico, inafferrabile, eterno migrante con un misterioso passato in Marocco.
Tangerinn è costruito come un monologo interiore, un dialogo sospeso, che Mina immagina di intrecciare con Omar. Mina mette tutta la loro vita in quelle parole che rivolge – come interrogativi- al padre.
Riportiamo alcune domande a Emanuela Anechoum da Vanity Fair e da Minima et Moralia (Febbraio, 2024):
D-Sugli immigrati che frequentano Tangerinn, il locale fondato da Omar al Sud, dice che «gli appartenenti a una minoranza non hanno il lusso di essere sé stessi». Perché?
«Siamo portati da sempre a codificare la realtà in modo semplicistico, ragionando per categorie. Nella nostra testa l’immigrato deve essere sempre nello stesso modo: fatichiamo a vedere l’unicità di ciascuno, e questo impedisce a quelle persone di vivere serenamente nel luogo che hanno scelto».
D-Lei lo stereotipo lo ha mai affrontato?
«Sì e no. Hanno sempre pronunciato male il mio cognome e, ai tempi delle Torri Gemelle, qualcuno mi chiedeva se mio padre, in quanto musulmano, fosse un terrorista. Non ho però mai subito il razzismo sistemico: vengo da una famiglia molto ben inserita, non mi si è mai chiusa una porta per il nome o la religione di mio padre. Mi rendo conto in questo di essere molto privilegiata considerando che mio padre, a differenza mia, ha dovuto fare i conti con una serie di rinunce per essere dov’è. Quando, per esempio, c’era il ramadan, nella sua palestra spezzava il digiuno con un panino. Mentre molte volte capita ancora che gli offrano il maiale pur sapendo che è musulmano: lui non dice nulla. Io, invece, dall’alto del mio privilegio, mi arrabbio. Ignorando che lui, diversamente da me, ha dovuto lottare per inserirsi in un tessuto in cui io mi sono ritrovata comoda».
D- E’ migliorata la situazione in Italia oggi? C’è più consapevolezza?
“Non lo so, non credo. Sicuramente crescendo, vedi dei comportamenti diversi, rispetto a quelli che vedevi da adolescente. Però non so come sia la situazione ora nelle scuole. La domanda che mi facevano sempre “sì ma di dove sei?” perché non gli bastava sapere che fossi nata a Roma, ecco quella non me la fanno quasi più. Però non penso ci sia stato un vero e proprio cambiamento. Basti pensare a come veniamo trattati al lavoro, per strada, dalle forze dell’ordine, potrei fare molti esempi, personali e non. Sono stata trattata malissimo dai militari in stazione nel 2020. E più recentemente ho subìto un episodio di razzismo dai poliziotti a Forlì. In generale poi, ogni volta che salgo su un treno e vedo come anche solo i controllori, trattano chiunque non sia bianco, mi sale una forte rabbia”.
D- Aisha, la sorella di Mina, dice: La libertà non esiste, esiste solo scegliere le proprie gabbie .
«Una persona che ha meno responsabilità sembra più libera, ma in realtà è anche molto più sola. La libertà che ti dà una città come New York e Londra ti rende invisibile e comporta un’alienazione. Essere soli e non riuscire a raggiungere l’altro è una gabbia».
Tangerinn è il romanzo di una generazione che sa di dover partire ignorando la destinazione, che lotta per essere se stessa in un paese diverso da quello in cui è nata.
A cura di Ludovica Piombino
Biblioteca africana Borghero
