Quando ci si addentra nella storia del Ruanda e del Burundi, inevitabilmente, si deve parlare anche di Hutu e Tutsi. Nel linguaggio comune ci si riferisce a questi due gruppi utilizzando il termine “etnia”. Il sanguinoso conflitto scoppiato in Ruanda nell’aprile del 1994 è stato definito “conflitto etnico”. In queste nazioni dell’Africa centrale, il concetto di etnia, nonché il suo utilizzo, si collegano principalmente alla politica del divide et impera tipica del colonialismo europeo.  I tedeschi prima, poi, e ancor di più, i belgi, hanno strumentalizzato le stratificazioni socio-economiche presenti all’interno dei due paesi, amplificandole e radicalizzandole a proprio vantaggio.

Due paesi, due etnie in comune

Il Ruanda e il Burundi appartengono alla regione africana dei Grandi Laghi. Prima dell’arrivo dei coloni europei, i due paesi tra loro confinanti sperimentavano fondamentalmente una certa stabilità grazie a rapporti sociali consolidati. Da un punto di vista occidentale-europeo, la struttura di queste società è stata definita in vari modi: prima clan, poi classi, per giungere alla categoria di gruppi etnici. Quest’ultima classificazione – durante il periodo della colonizzazione – ha iniziato sempre più a prevalere in funzione degli interessi degli stessi colonizzatori, intenzionati a enfatizzare e radicalizzare le differenze all’interno della società sia burundese, sia ruandese.

La differenziazione etnica tra Hutu e Tutsi ha iniziato così a dominare. Eppure, come evidenziato da vari studiosi, questi gruppi hanno più elementi in comune che non differenze. L’idea di una diversità tra Hutu e Tutsi è emersa col tempo e si è accentuata paradossalmente nel periodo post-coloniale. Come affermato dallo storico francese Jean-Pierre Chrétien nel volume L’Invention de l’Afrique des Grands Lacs (Karthala, 2010): “Essere Tutsi o essere Hutu, nel caso del Ruanda e del Burundi, non ha lo stesso significato, nel 1994 l’anno del genocidio, nel 1894 quando arrivarono i bianchi, nel 1794 quando gli antichi regni arrivarono al loro apogeo, nel 1594 quando incominciarono a formarsi”. Ciò significa che il senso di appartenenza a questi gruppi è mutato nel tempo ed è stato fortemente condizionato dalle politiche colonialiste avviate soprattutto dai belgi.

Al via il processo di enticizzazione

Con la Conferenza di Versailles nel 1919, il Burundi e il Ruanda – che all’epoca formavano il Ruanda-Urundi  –  vennero posti sotto il mandato belga. Mandato poi ufficializzato dalla Società delle Nazioni. L’arrivo dei coloni belgi modificò profondamente la struttura socio-politica in quest’area dell’Africa centrale (e lo stesso accadde nel vicino Congo), avviando un processo di etnicizzazione. Ciò si tradusse nell’introduzione di una forte differenziazione tra Hutu e Tutsi. In Burundi, gli Hutu, considerati gruppo inferiore, vennero esautorati da ogni ruolo di potere. Lo stesso accadde in Ruanda. I belgi trasformarono le flebili differenze “claniche” tra Hutu e Tusti, portandole a un livello dominato da idee razziste.

Il razzismo stava iniziando a diffondersi nella stessa Europa, per effetto dell’espandersi di un intreccio di teorie mutuate da varie discipline. Persino la filosofia kantiana formulò una sorta di dottrina razziale e anche il darwinismo venne sfruttato per giustificare la teoria del più forte e della sopravvivenza del più adatto. Non c’è da stupirsi se il razzismo europeo condizionò la politica coloniale in Africa. I belgi sfruttarono appieno questi nuovi (e pericolosi) approcci teorici legati all’esistenza (infondata) delle razze per creare profonde fratture sociali all’interno del Burundi e del Ruanda, al fine di poter governare e controllare terre straniere più facilmente. Si ampliò quindi il divario tra Hutu e Tutsi: i primi, maggioritari in termini numerici, vennero marginalizzati dalla vita politica ed economica; i secondi, minoritari, ottennero le redini del potere. Una frattura profonda, sfruttata pienamente dai coloni e alimentata da leggi che promuovevano una discriminazione legalizzata. Lo dimostra per esempio il documento d’identità etnica, una sorta di “pass” che sottolinea l’appartenenza a uno specifico gruppo della popolazione.

Indipendenza fragile e scontri etnici

Sia il Burundi, sia il Ruanda, negli anni successivi all’indipendenza hanno continuato a subire gli effetti del gap etnico alimentato dai coloni belgi. Durante gli anni post-indipendenza i rapporti di potere tra Hutu e Tutsi si ribaltarono. In Ruanda, i primi divennero dominanti a livello politico. Il Burundi, pochi anni dopo l’indipendenza entrò in una spirale di violenza, culminata in una serie di massacri e nella lunga guerra civile durata dal 1993 al 2005. Anche il periodo post-indipendenza in Ruanda è segnato da una forte instabilità, che alla fine ha portato al genocidio del 1994. Questi drammatici eventi definiti “conflitti etnici” interni sono comunque influenzati sia dal retaggio del colonialismo, sia dalle ingerenze di nazioni esterne per mantenere o cambiare le rispettive zone d’influenza. Basti considerare il genocidio in Ruanda, sul quale pesa la non azione dell’Onu e il coinvolgimento di nazioni europee, come la Francia, il cui ruolo non è stato ancora chiarito.

Solo agli inizi del 2021, il ricercatore François Graner ha potuto rendere pubblici documenti secretati da anni. “Le autorità francesi – ha dichiarato Graner alla stampa – hanno lasciato partire gli autori del genocidio senza arrestarli, anche se l’ONU non si era pronunciata sul loro caso. Invece di tenerli a disposizione della giustizia internazionale, gli hanno permesso di lasciare la zona controllata dall’esercito francese, sapendo bene che erano gli organizzatori del genocidio dei Tutsi”. Sul genocidio in Ruanda e sulla lunga guerra civile in Burundi ci saranno ancora altre pagine di storia da scrivere.

Silvia C. Turrin

 

Foto: wikimedia.org

 

Libri consigliati

  • Génocide des Tutsi, l’imposture: Alain Juppé et le Rwanda (1993-1994), Jean-Pierre Cosse
  • Burundi 1972. Au bord des génocides, Jean-Pierre Chrétien