La scrittrice afroamericana Hannah Bond, conosciuta con lo pseudonimo di Hannah Crafts, ènata intorno agli anni ’30 dell’Ottocento.
Fuggita dalla schiavitù nella Carolina del Nord intorno al 1857, raggiunge il Nord e si stabilisce nel New Jersey, dove si sposa e diviene insegnante.
Dopo aver ottenuto la libertà, pubblica il romanzo The Bondwoman’s narrative, firmandosi Hannah Crafts. Il romanzo è uscito in italia nel 2025 con il titolo Il racconto della schiava, per la traduzione di Giada Diano e Giulia Facchini, Edizioni Clichy, collana Rive gauche.
Hannah era una schiava domestica che lavorava come cameriera personale per la moglie di Wheeler, Ellen, ed è in quella casa che impara a leggere e a scrivere (come la piccola protagonista del racconto). ll suo romanzo rivela una profonda conoscenza della famiglia Wheeler e del mandato di Wheeler come ministro degli Stati Uniti in Nicaragua.
Hannah cita ampiamente romanzi del XIX secolo di autori famosi, che facevano evidentemnete parte della vasta biblioteca di Wheeler.
Il cognome Crafts, il suo nome d’arte, si pensava un tempo fosse un omaggio agli schiavi Ellen e William Craft, la cui audace fuga nel 1848 fu ampiamente trattata dalla stampa nazionale.
Tuttavia, lo scopritore del manoscritto originale, Gregg Hecimovich, docente alla Furman University, Carolina del Sud, ritiene più probabile che Hannah abbia preso questo nome dopo aver vissuto con una coppia di nome Crafts nello stato di New York, nel primo periodo successivo al raggiungimento del Nord .
Scritto tra il 1853 e il 1861, The Bondwoman’s narrative è stato pubblicato nel 2002 dalla Warner Books di New York, dopo che Henry Louis Gates Jr., professore della Harvard University specializzato in letteratura e storia afroamericana, aveva acquistato il manoscritto e lo aveva fatto autenticare. L’opera è divenuta rapidamente un bestseller. Si tratta dell’unico romanzo noto scritto da una donna schiava.
Siamo nella Carolina del Nord, a metà Ottocento. Hannah è una giovane donna ed è una schiava: il racconto si snoda tra sontuose dimore padronali, piantagioni e fitte foreste del Sudest degli Stati Uniti, in un mondo popolato da mercanti di schiavi senza scrupoli ma anche da sconosciuti mossi da un’inaspettata generosità:
“Può darsi che mi assuma troppe responsabilità tentando di scrivere queste pagine. Il mondo probabilmente dirà che è così, e sono consapevole delle mie mancanze.
Non sono intelligente, né istruita o talentuosa. Da bambina mi rimproveravano e mi criticavano dicendo che ero stupida e ottusa. (…) Non sono stata tirata su da nessuno in particolare, che io sappia. Non ho avuto alcuna formazione, alcuna educazione. Nessuno si è curato di me finché non sono stata in grado di lavorare, e allora è stato tutto un Hannah fa’ questo e Hannah fa’ quello, ma non mi sono mai lamentata perché nel lavoro trovavo una forma di piacere e una fonte di distrazione. Non sapevo nulla dei miei parenti. Nessuno mi ha mai parlato di mio padre o di mia madre, ma ho presto capito quale maledizione era legata alla mia razza, ho presto capito che il sangue africano nelle mie vene mi avrebbe per sempre precluso i ceti sociali più alti “.
Per raccontare il sistema schiavista, Hannah Crafts sceglie la forma del romanzo piuttosto che quella autobiografica, generando una narrazione di straordinaria forza psicologica ed emotiva, che fa luce sulla disumanità su cui le classi dominanti bianche hanno costruito la fortuna di cui godono ancora oggi. Un racconto nel quale risuona la tradizione letteraria ottocentesca – da Dickens a Brontë – e che offre un’inestimabile testimonianza di prima mano sulla condizione delle schiave afroamericane.
Con il suo talento letterario, l’autrice dà finalmente voce a generazioni di donne silenziate, restituendo dignità e senso a tutte le vite spezzate dalla schiavitù.
A cura di Ludovica Piombino
Biblioteca africana Borghero
