Il 25 novembre 2021, un team di scienziati sudafricani, indagando sulle nuove mutazioni del virus SARS-CoV-2, ha individuato per la prima volta la variante Omicron. Questa scoperta ha creato automaticamente l’idea secondo cui la nuova variante si sia originata proprio in Sudafrica. Ma è davvero così? Cerchiamo di fare chiarezza.

Chi ha individuato Omicron

Il Sudafrica, nonostante la forte crisi economica e politica in cui è piombato negli ultimi anni, rimane uno dei paesi africani all’avanguardia in ambito medico-scientifico. La variante Beta di SARS-CoV-2 venne segnalata in Sudafrica il 18 dicembre 2020. Fu individuata presso l’Università del KwaZulu-Natal (UKZN).

Dopo un anno, è ancora un centro di ricerca sudafricano – ovvero il Centre for Epidemic Response and Innovation dell’Università di Stellenbosch – a individuare un’altra variante, denominata Omicron. Ma si può affermare con certezza che Omicron si sia sviluppata proprio in Sudafrica? No. A tal proposito, è bene segnalare l’affermazione del ricercatore Tulio de Oliveira, colui che ha diretto il team sudafricano artefice della scoperta di Omicron.

De Olivera, in un’intervista molto interessante al New Yorker, ha sottolineato come non sia chiara l’effettiva origine della nuova variante. Potrebbe essersi sviluppata in Sudafrica, oppure potrebbe essere stata “importata” da un’altra zona del continente africano, così come potrebbe provenire da aree situate oltre i confini dell’Africa. Omicron si è maggiormente diffusa nella Provincia del Gauteng.

Si parla quindi del territorio che ruota attorno a Johannesburg, una città che rappresenta un grande hub internazionale. Basti pensare che nel 2017 l’aeroporto intitolato al grande attivista anti-apartheid Oliver Reginald Tambo, ha visto passare ben 21 milioni di passeggeri. L’unica certezza, ha spiegato De Oliveri al New Yorker, è che Omicron ha trovato un humus adatto in Sudafrica per amplificarsi.

Questo “terreno fertile” è dovuto a diversi elementi, tra i quali spicca in modo preponderante la presenza di un’alta percentuale di persone con HIV. Nel 2020, secondo l’UNAIDS (il programma delle Nazioni Unite impegnato a intensificare e coordinare l’azione globale contro l’AIDS), in Sudafrica il numero era di 7 milioni e ottocentomila, tra adulti e bambini. Alcuni test condotti proprio in Sudafrica (non ancora comunque sottoposti ad approfondite valutazioni) stanno evidenziando una possibile correlazione tra sistema immunitario indebolito da HIV e mutazioni del virus SARS-CoV-2: mutazioni che vengono in qualche modo “stimolate” dalla persistenza del virus nell’organismo dei pazienti. Per questo, è fondamentale che le persone con HIV non solo continuino o inizino una terapia specifica con gli antiretrovirali, ma completino il ciclo vaccinale.

Omicron ha un’origine sudafricana?

La scoperta di Omicron ha fatto inizialmente tremare il mondo. Prima che venisse seriamente e adeguatamente analizzata la nuova variante, sono usciti, anche in Italia, servizi giornalistici con titoli allarmanti. Anche al momento della redazione di questo articolo, le evidenze scientifiche riguardo la contagiosità e pericolosità di Omicron sono scarse.

L’immunologo statunitense Anthony Fauci, consigliere medico della Casa Bianca, ha dichiarato che: “Omicron potrebbe non essere così grave come inizialmente temuto. Sono comunque necessari più dati per tracciare un quadro completo del profilo di rischio”. Secondo un primo Rapporto scientifico proveniente proprio dal Sudafrica, Omicron sarebbe meno pericolosa della variante Delta, ma i dati sono ancora pochi per poter comprenderne l’effettiva pericolosità.

Intanto, molti governi, incluso quello italiano, hanno deciso di vietare l’ingresso e il transito a quei viaggiatori che abbiano soggiornato o siano passati in Sudafrica e in altre nazioni dell’Africa Australe, dove si è verificata un’impennata di casi legati a Omicron. Lesotho, eSwatini, Zimbabwe, Mozambico, Namibia, Malawi e Botswana sono gli Stati interessati da questa ordinanza.

È opportuno ricordare che il 22 novembre, il Botswana aveva confermato la presenza sul suo territorio di quattro casi “anomali” di Covid, collegabili a Omicron. Si trattava di diplomatici, che avevano compiuto un viaggio in Europa. In effetti, è emerso che già verso il 19 e 20 novembre la variante Omicron circolava in Gran Bretagna e nei Paesi Bassi.

Poche vaccinazioni in Africa

Era il mese di aprile quando Gino Strada, medico-chirurgo, fondatore di Emergency, dichiarò a La Stampa: Le mutazioni del virus rischiano di rendere obsoleti i vaccini. Se il virus non si ferma anche in Africa, poi ce lo ritroviamo mutato in casa nostra”. Parole profetiche, perché è ciò che sta accadendo. Ormai è chiaro quanto sia urgente sostenere e accelerare le vaccinazioni anche oltre le frontiere dei cosiddetti Paesi del Nord del mondo.

In Sudafrica solo il 25% della popolazione ha completato il ciclo vaccinale. Dopo l’individuazione di Omicron, il Presidente sudafricano Cyril Ramaphosa ha diffuso un appello con il quale ha invitato la popolazione a vaccinarsi per contrastare la nuova variante.

Altre nazioni africane colpite dal Covid sono: Marocco, Tunisia, Libia, Etiopia. Secondo i dati Amref, in Europa il 57,29% della popolazione è stata completamente vaccinata; la percentuale negli Stati Uniti è del 57,83%, ma guardando all’Africa il dato crolla attestandosi a circa il 7%.

Anche in ambito sanitario, il gap tra nazioni ricche e nazioni povere o emergenti o in via di sviluppo risulta profondamente ampio.

Liberalizzare i brevetti dei vaccini

Una delle decisioni più sagge che si possano prendere di fronte all’emergere delle varianti è liberalizzare i brevetti dei vaccini, come avevano richiesto India e Sudafrica oltre un anno fa (ottobre 2020) all’Organizzazione Mondiale del Commercio. La richiesta di sospendere i brevetti per la produzione di vaccini anti-Covid non ha visto l’accordo tra i “grandi del mondo”. Stati Uniti, Regno Unito, Commissione Ue e 27 Stati europei – Italia inclusa – hanno dichiarato di essere contrari a una deroga sui brevetti.

La proposta di India e Sudafrica è stata appoggiata da tanti cittadini europei e da varie associazioni e organizzazioni. Si è diffusa quindi la petizione europea “Right2Cure – No profit on pandemic”Diritto alla Cura, nessun profitto sulla pandemia”.

I sostenitori ricordano come il monopolio della proprietà intellettuale nel trattamento per l’HIV abbia ritardato di ben 10 anni la cura con la terapia antiretrovirale salvavita delle persone affette da HIV in Africa, America Latina e Asia rispetto a quelle che vivevano negli Stati Uniti, Unione Europea, Svizzera, Regno Unito e Giappone.

“Ciò ha portato a milioni di morti tra la fine degli anni ’90 e la metà degli anni 2000, fino a quando le barriere dei brevetti non sono state abolite e sono diventati disponibili i farmaci generici per il trattamento dell’HIV. Evitiamo che lo stesso scenario di morte si riproduca con la pandemia da Covid-19.

Anche la voce di Papa Francesco si è fatta sentire su questo tema. In occasione del IV Incontro mondiale dei movimenti popolari, dedicato alle proposte per ripartire dopo la pandemia, Francesco aveva affermato parole emblematiche: “In nome di Dio” chiedo “ai grandi laboratori farmaceutici, che liberalizzino i brevetti. Compiano un gesto di umanità e permettano che ogni Paese, ogni popolo, ogni essere umano, abbia accesso al vaccino. Ci sono Paesi in cui solo il tre, il quattro per cento degli abitanti è stato vaccinato”.

La pandemia ha fatto emergere ancora di più sia le varie contraddizioni e i problemi che affliggono l’Africa, sia l’ipocrisia di molte nazioni ricche. Sembra che quelle fratture tipiche dell’epoca coloniale e della guerra fredda siano nuovamente emerse. O forse non si sono mai rinsaldate?

La solidarietà e gli aiuti tanto annunciati ai più poveri rimangono dichiarazioni astratte. Lo smisurato potere di una élite continua ad alimentare ingiustizie e profonde disuguaglianze. Ma queste disuguaglianze rappresentano un boomerang per le stesse nazioni ricche che le alimentano.

Se non si proteggeranno le popolazioni dell’Africa, dell’America Latina e dell’Asia, il Nord del mondo non potrà mai sentirsi al sicuro, perché le mutazioni e le varianti di SARS-CoV-2 non si fermeranno certo con la costruzione di muri invalicabili o con la chiusura delle frontiere.

Silvia C. Turrin

Foto: pagina facebook di Unicef-Niger


Altri articoli del nostro sito sul covid in Africa:

La terza ondata del covid mette in ginocchio vari paesi africani

Situazione al limite in Sudafrica, Congo e Uganda, dove gli ospedali hanno esaurito i posti letto per i malati di covid. È la situazione più grave da quando è l’epidemia è scoppiata nel continente africano. Si pensava di essere risparmiati dalla terza ondata, ma ora gli africani hanno paura delle nuove varianti del virus, più contagiose. Le statistiche parlano di un aumento dei casi del 30% in una sola settimana [continua a leggere…]

Africa e vaccini: corsa contro il tempo per recuperare i ritardi

Meno di due dosi ogni cento abitanti: l’Africa resta il continente meno immunizzato del mondo. Un miliardo e 400 milioni di abitanti, ma solo 28 milioni di vaccini anti-Covid somministrati entro la fine di maggio. Il ritardo africano ci riguarda tutti: il virus in Africa continua a correre, con il rischio di produrre nuove varianti resistenti agli attuali vaccini. Ma la reazione dei ricchi paesi rasenta l’indifferenza. Sui ritardi influisce anche l’inefficienza nel sistema sanitario africano, incapace di distribuire in modo rapido e capillare i vaccini. La data di scadenza dei vaccini consegnati ai Paesi africani spesso lascia poco tempo di manovra [continua a leggere…]

E altri ancora a questo link