Il 2018 è un anno storico per il Sudafrica, perché dopo 126 anni gli Springboks avranno come capitano della squadra un giocatore nero, Siya Kolisi. Dobbiamo aspettare il prossimo 9 giugno per vederlo ufficialmente coi gradi da titolare, quando ci sarà il test match contro l’Inghilterra in programma all’Ellis Park di Johannesburg. Ma chi è il nuovo capitano? Il suo nome completo è Siyamthanda Kolisi, età 26 anni. È cresciuto alla periferia di Port Elizabeth e, appena dodicenne, durante un torneo presso Mossel Bay, venne notato per la sua abilità nel maneggiare il pallone di rugby. Da allora, ha sempre compiuto passi in avanti, prima ottenendo una borsa di studio, poi, prendendo parte al mondiale giovanile 2011 in Italia, sino al debutto nel 2013 coi mitici Springboks come ala in terza linea. Un cammino sempre in ascesa.

 

La squadra dell’antilope (“springbok” in inglese significa appunto antilope) nei primi mesi del 2018 sta vivendo importanti cambiamenti. Il primo è avvenuto agli inizi di marzo, quando è stato selezionato come nuovo allenatore della squadra Johan C. “Rassie” Erasmus, classe 1972, nato (guarda caso) a Port Elizabeth, e anche lui giocatore in terza linea come Kolisi. Il secondo e più rilevante cambiamento lo si deve proprio a Erasmus, il quale ha scelto Kolisi come nuovo capitano degli Springboks. Una notizia che ha fatto il giro del mondo, visto che la squadra di rugby sudafricana ha, sin dalle sue origini, un’impronta marcatamente bianca.

Quando il rugby in Sudafrica era precluso ai neri

Ufficialmente, la squadra di rugby sudafricana venne fondata nel lontano 1891 e all’epoca si chiamava “British Isles”. Solo tra il 1906 e il 1907 si è iniziato a chiamarli con il nome di Springboks. Se si guardano le foto di allora sino al 1980 la squadra è composta esclusivamente da giocatori bianchi. Bisogna aspettare l’anno 1981 per vedere il primo rugbista di colore ufficialmente in squadra, ovvero Errol Tobias che partecipò al match contro l’Irlanda, proprio nel bel mezzo di un periodo cupo per la nazione. Infatti, a causa della politica razzista del governo di Pretoria il Sudafrica venne praticamente isolato, e tra il 1985 e il 1991 gli Springboks non ebbero la possibilità di partecipare ai mondiali dell’87 e del ’91.

L’isolamento della squadra di rugby sudafricana finì quando vennero smantellate, dopo 43 anni dalla loro istituzione, le politiche e le leggi del regime di apartheid. Ma gli Springboks, per la maggioranza della popolazione nera sudafricana, rimanevano il simbolo del vecchio regime razzista. Ci vollero la saggezza e la lungimiranza di Nelson Mandela, primo Presidente nero, democraticamente eletto, del Sudafrica a unire la nuova nazione arcobaleno grazie al rugby (Rainbow nation, “nazione arcobaleno” è il soprannome con cui Desmond Tutu ha definito il Sudafrica post-apartheid, un paese composto da tanti popoli).

Mandela e gli Springboks

Questa straordinaria storia ci è stata raccontata da John Carlin nel bestseller “Ama il tuo nemico” (titolo originale Playing the Enemy: Nelson Mandela and the Game that Made a Nation), poi trasposto nel bellissimo e commovente film Invictus realizzato nel 2009 da Clint Eastwood. Grazie al capitano dell’epoca, François Pienaar, che ha seguito i preziosi consigli elargitigli da Mandela, la nazionale di rugby sudafricana degli Springboks è riuscita a ottenere la storica vittoria nella Coppa del Mondo del 1995. Una vittoria non solo sportiva, ma anche morale, etica, politica, intrisa di messaggi di pace, dialogo e di perdono, a dispetto di quanti volevano gridare vendetta contro i bianchi.

Probabilmente senza l’intervento di Mandela gli Springboks non esisterebbero più e forse la storia sudafricana sarebbe stata caratterizzata da un flusso di eventi molto diversi da quelli che noi tutti conosciamo. Ma la storia non si fa né coi se, né coi ma, e in questo caso ci piace ricordare ciò che davvero è accaduto. Gli Springboks hanno vinto la coppa del mondo di rugby nel 1995. I tifosi sudafricani, bianchi e neri, si sono stretti in un abbraccio che andava oltre i confini sportivi. E coloro che avevano inneggiato all’imprigionamento di Mandela e che avevano auspicato una guerra civile per eliminarlo, cambiarono idea, perché si resero conto che solo “uniti si vince” e che è necessario “parlare non alla mente, ma al cuore delle persone”. Una bella lezione non solo sportiva, ma anche esistenziale, che tutti – ad ogni latitudine del globo – dovrebbero imparare.

Silvia C. Turrin

Foto: Wikimedia; Planet Rugby