La tubercolosi ha un impatto devastante in tutto il continente africano: secondo l’Organizzazione mondiale della Sanità, oltre un quarto del milione e settecentomila decessi registrati a livello globale nel 2019 sono avvenuti in Africa.

La situazione è particolarmente grave nell’Africa meridionale, dove la tubercolosi è la prima causa di morte delle donne in età riproduttiva e tra le principali cause non ostetriche di mortalità materna.

La Namibia è tra i primi cinque stati al mondo per morti da tubercolosi con 442 contagi ogni 100.000 abitanti. L’impatto è devastante nelle regioni di Omaheke e Otjonzondjupa, dove vive il popolo nativo San.

Il popolo San abita l’Africa meridionale da almeno 22.000 anni. È stato relegato nelle zone impervie del deserto del Kalahari (che si estende anche su buona parte del Botwana) dall’emigrazione dei popoli bantu, prevenienti dal Centrafrica e poi dall’arrivo dei coloni olandesi sulle coste del Sudafrica.

Questi ultimi, che designavano i San ‘Bushmen’, boscimani, hanno commesso nei loro confronti un vero e proprio genocidio.

Da anni le autorità namibiane discriminano i San, in particolare per quanto riguarda il loro diritto alla salute.

La malnutrizione e l’inadeguatezza dei servizi igienico-sanitari favoriscono la diffusione della tubercolosi, la situazione di generale indigenza impedisce l’acquisto dei medicinali e i precari collegamenti stradali ostacolano l’accesso agli ospedali che distano decine e decine di chilometri.

Di centri sanitari mobili, non se ne parla. Quando i malati di tubercolosi riescono a raggiungere una struttura sanitaria, sono guardati con sospetto, non sono creduti e ci si rivolge loro in inglese, lingua non comprensibile: se c’è una coda, vengono fatti passare avanti pazienti di altri gruppi etnici.

Amnesty International, che sull’oggetto di questo post ha pubblicato poche settimane fa un lungo rapporto, ha sollecitato il governo della Namibia a garantire cure mediche a tutta la popolazione senza alcuna discriminazione e a realizzare strutture sanitarie accessibili soprattutto ai gruppi più svantaggiati.

Foto: Amnesty, Wikipedia, namibian.com.na