Il tempo del Sahel e quello degli altri

Sarebbe impensabile altrove. Nel Sahel il tempo passa e nessuno ci fa caso. Non siamo lontani dal quinto mese dal rapimento di Pierluigi Maccalli, uno degli ultimi occidentali a sparire nella sabbia del Sahel. Prima e dopo di lui altre persone sono state prese ostaggio da ignoti e portate dove non si sa. Il nostro tempo qui si conta in modo diverso, anzi, non si conta affatto. I compleanni sono un’invenzione occidentale perché qui la vita si dipana in avvenimenti e in figli che nascono a scadenze regolari. In Svizzera ci sono gli orologi, dice la gente, e qui abbiamo il tempo, aggiungono. E in fondo non hanno torto.

Gli appuntamenti sono una lotteria ad estrazione, i programmi dipendono dalle circostanze e l’ordine del giorno nelle riunioni è in funzione di chi prende la parola. Il fallimento della maggior parte dei progetti di sviluppo nel Sahel accade per mancanza di un tempo comune. Non è stato concordato prima ed è aperto all’inedito. Qui il tempo è un miracolo ambulante inventato dai nullatenenti.

I poveri hanno sempre un sacco di tempo da dare mentre ai ricchi il tempo non basta mai. La povera gente passa tutta la vita in attesa del taxi che non arriva o di una lettera abbandonata da anni nella casella postale all’insaputa di tutti. Aspettano l’arrivo del figlio partito per fare fortuna in Europa oppure sono seduti accanto alla porta del servizio di urgenza dell’Ospedale Nazionale. Non hanno di che pagare le ricette mediche e attendono un benefattore qualunque che faccia dono del necessario.

Le scadenze delle farmaci non sono prese sul serio da nessuno e gli antibiotici, assieme ad altre medicine contro l’impotenza, sono portate in giro da carriole sotto il sole. Se volete il tempo perduto venite da noi e dopo qualche giorno lo scoprirete nascosto dalla sabbia del vicino. Non potrete più farne a meno perché vi accorgerete che il tempo fa tutt’uno con la vita. L’Occidente ha smarrito l’arte di vivere e con essa il tempo che l’accompagna come un’amante perduto. Qui per fortuna il tempo non è in vendita.

La ricchezza sta nel presente e il presente è l’incontro con l’altro. C’è il tempo per salutarsi, anche tra sconosciuti e il tempo di scambiare le notizie del mondo che verrà. I migranti possono impiegar mesi o anni per arrivare dall’altra parte, proprio dove vi trovate senza sapere che fare del tempo. Tra una guerra e l’altra si trova il tempo di una pace precaria. I calendari di cartone servono solo a coprire le pareti vuote delle case e arredano i negozi di lamiera tenuta assieme da legni presi in prestito.

Nei supermercati e negli uffici si rispettano gli orari di apertura e di chiusura ma solo finché non c’è un lutto o un matrimonio. Quando ciò accade, di norma ogni due settimane, le ore si trasformano in clandestini o irregolari che sfuggono ai clienti che osano sfidarli. Nel Sahel c’è un grande deposito di tempo che neppure i tecnici delle multinazionali più agguerrite potranno trovare e sfruttare. L’occidente ha creato denaro col tempo e del tempo ha fatto denaro. Qui il tempo non è una merce.

Abbiamo tutto il tempo del mondo, cantava il vecchio Louis Armstrong un paio d’anni prima di morire. Qui abbiamo tutto il tempo del mondo.

Il tempo di Prince Jerry, che si è buttato sotto il treno a Tortona qualche giorno fa, dopo aver atteso anni un foglio di carta che gli rubava tempo. Ha ricordato d’un tratto che il suo invece era rimasto qui da noi ed è tornato a cercarlo. Lo stesso fanno gli altri che attraversano il mare e non trovano un luogo per approdare. Tornano e trovano il tempo per incontrarsi tra loro. I bambini di sabbia vedono passare il tempo senza accorgersi che con lui se ne va anche la loro vita. Abbiamo tutto il tempo del mondo, dicono i contadini del Sahel. Lo mettono nei granai e non in banca come si fa altrove. Quello che rimane lo seminano e aspettano la prima pioggia.

P. Mauro Armanino, Niamey, 4 febbraio 2019

2019-02-04T09:35:06+00:00 4 febbraio 2019|Categories: Blog p. Mauro|