Burkina Faso: troppo debole la reazione al jihadismo in espansione

Notizie sempre più preoccupanti ci giungono dal Burkina Faso, e in particolare dal nord-est, confinante con la regione del Niger in cui è stato rapito 10 giorni fa p. Pier Luigi Maccalli, oltre che con il Mali.

Un crescendo di attacchi, imboscate, rapimenti nell’Est del paese

Scorrendo le notizie riportate dal sito di Radio France Internationale, ben informato su ciò che avviene nell’Africa Francofona, ecco alcuni degli ultimi titoli:

– 26 settembre 2018: nel nord-est del Burkina Faso, regione del Sahel, otto militari muoiono per l’esplosione di una mina artigianale, presumibilmente posata dai jihadisti istallatisi nella zona;

– 24 settembre: tre lavoratori della miniera d’oro di Inata, un sudafricano, un indiano e un burkinabé, sono rapiti mentre viaggiavano nella regione del Sahel; in conseguenza, tre gendarmi burkinabé, impegnati nella caccia ai loro rapitori, sono rimasti uccisi in un imboscata;

– 15 settembre: nove civili morti in un duplice attacco nella regione dell’Est; da qualche settimana sono ricorrenti gli attacchi da parte di non identificati terroristi, che prendono di mira soprattutto le forze di difesa e di sicurezza.

Una precisazione sulla localizzazione delle regioni del Sahel e dell’Est: la mappa qui sotto mostra come siano contigue all’ovest del Niger, in cui si trova la missione di Bomoanga, dove viveva p. Pier Luigi.

Nessun dato lasciato trapelare sui tre rapiti

Un’altra precisazione: poco si sa dell’identità dei due stranieri rapiti nella miniera di Inata, in concessione alla società inglese Avocet. Le autorità burkinabé, indiana e sudafricana non hanno lasciato trapelare niente, e neppure il portavoce della società mineraria. Un lettore che ha postato un commento alla notizia data dal sito di notizie burkinabé lefaso.net, scrive: “Si tratta del figlio indiano del Direttore Generale della miniera, e del direttore tecnico sudafricano”. Il sito della radio sudafricana “Jacaranda FM” riferisce che “il governo sudafricano tramite i suoi rappresentanti sta lavorando sul posto per affrontare, insieme alle forze investigative locali, questa emergenza, e che la famiglia del sudafricano rapito è avvertita”. Ma nessun dettaglio è stato fornito sulla sua identità.

Altri stranieri nella mani dei rapitori

Un cittadino rumeno, Iulian Ghergut, agente di sicurezza della società sudafricana Pan African Mineral, società di logistica e supporto al settore minerario, fu rapito nei pressi della miniera di Tambao (nord del Burkina Faso) nel 2015. Il rapimento fu rivendicato dall’organizzazione Al-Mourabitoun, che opera nel nord del Mali ed è affiliata a Al-Qaeda. Non è ancora stato rilasciato.

Nel gennaio 2016 fu rapito il medico australiano Kenneth Elliot insieme a sua moglie Jocelyn. Sono medici volontari protestanti dell’Ong Amici del Burkina, che lavorano da quasi 40 anni in un piccolo ospedale della città di Djibo, fondato da loro stessi. Jocelyn fu liberata un mese dopo. Kenneth, che dovrebbe compiere 83 anni in novembre, è ancora nelle mani dei rapitori, facenti parte dello stesso gruppo maliano Al-Mourabitoun, che nello stesso anno 2016 ha rivendicato l’attentato al ristorante-hotel Splendid di Ouagadougou, costato la vita a 30 persone, di cui 19 occidentali.

L’allerta è stata data già da tempo

Analisti politici internazionali avevano già dato l’allerta mesi fa. Nel marzo 2018, il ricercatore Rinaldo Depagne, West Africa Project Director per il think-tank International Crisis Group, segnalava il salto di qualità nell’organizzazione di attentati nella capitale Ougadougou e in altre località da parte dei terroristi islamici. Gli attentati del 2 marzo 2018 (ultimi di una lunga serie) contro lo Stato maggiore dell’esercito e l’Ambasciata di Francia hanno rivelato che i jihadisti sono sempre più organizzati, dispongono di armi pesanti e sofisticate, possono reggere il fuoco per lunghi periodi di tempo. Allo stesso tempo, conclude Depagne, gli attentati hanno rivelato la debolezza cronica e l’incapacità strutturale delle forze di sicurezza burkinabé. L’anello debole è la frontiera settentrionale Burkina-Mali, oggetto di un’ottantina di attacchi dei jihadisti in meno di tre anni, e sempre più via di transito di terroristi e di carichi di armi e esplosivi. Con la destituzione dell’ex-presidente Blaise Compaoré nell’ottobre 2014, è stata smantellata la forza di élite Régiment de Sécurité Présidentielle (RSP), la sola in grado di contrastare la penetrazione delle milizie islamiche dal Mali.

Depagne è pessimista: il paese già povero è obbligato ad investire di più nella sicurezza, sottraendo investimenti nel settore sociale e nella riduzione della povertà. Ciò aumenterà lo scontento e le proteste della popolazione, che diventerà più permeabile alla propaganda radicale islamica.

Miliziani istallatisi nell’Est senza trovare resistenza

Mahamoudou Savadogo, ex-gendarme divenuto ricercatore all’Università di Ouagadougou e al Centre de recherches pour le développement international (CRDI), prende in esame l’aumento dell’instabilità nella regione Est del Burkina, poco più a sud di quella già in ebollizione del Sahel, rispondendo il 5/09/2018 alle domande di Sophie Douce, giornalista di Le Monde.

Gli attacchi si moltiplicano: già diverse decine dall’inizio dell’anno, concentrati soprattutto nelle province di Kompienga e Fada N’Gourma. Numerose le vittime, in massima parte agenti delle forze dell’ordine. Nessuna rivendicazione da parte di gruppi già conosciuti, ma il sospetto è che si tratti di terroristi venuti dal Mali attraverso la regione del Sahel. La paura è accentuata dal fatto che sono già segnalate delle basi di jihadisti in zone di difficile accesso. Savadogo avanza l’ipotesi che queste cellule siano formate da membri del movimento dello Stato Islamico nel Grande Sahara, già affiliato all’Isis di Siria e Iraq. Braccati e assediati dai soldati della forza multinazionale del Sahel G5 e dai francesi dell’Operazione Barkhane, questi si sono rifugiati nelle regioni Sahel e Est del Burkina.

Perché proprio qui? “L’Est è una regione di foresta, poco popolata. È difficile da controllare per le forze di sicurezza, che mancano di effettivi e di mezzi”, risponde l’analista burkinabé. “Questi gruppi approfittano dell’assenza dello Stato, per impiantarsi e infiltrarsi tra la popolazione, molto povera”.

Savadogo rincara la dose: “Le forze di sicurezza hanno sottostimato la minaccia nell’Est. Fin qui si è affidata unicamente alle forze rurali di autodifesa, i koglweogo, per lottare contro la delinquenza comune”. Grazie al loro radicamento locale e alla loro conoscenza del territorio, i risultati sono stati efficaci. “Ma ora una questione si impone: queste milizie locali [formate da abitanti del villaggio volontari] si lanceranno nella lotta contro il terrorismo, o si limiteranno al loro ruolo tradizionale di baluardo contro il banditismo?”.

Cellule sempre più radicate tra la popolazione

Héni Nsaibia, fondatore di Menastream (agenzia di analisi del rischio) e ricercatore presso ACLED (The Armed Conflict Location & Event Data Project) ha pubblicato il 20/09/2018 uno studio molto documentato  sul nuovo fronte del terrorismo islamico nella regione dell’Est del Burkina Faso. Riportiamo una sua cartina che localizza i principali eventi di violenza politica e di distruzione della proprietà nell’Est, attribuiti ai terroristi, e un grafico che riporta i morti e feriti negli stessi eventi in questi primi mesi dell’anno.

Gli analisti sono unanimi, scrive Nsaibia, nel ritenere che i jihadisti istallatisi nell’Est sono elementi venuti dal Mali, e già operanti nella vicina regione del Sahel. La loro presenza è segnalata nelle province di Gourma, Kompienga et Komondjari. Nsaibia fa anche alcune supposizioni circa l’appartenenza di questi gruppi: il loro modus operandi, il tipo di ordigni usati (ingegni esplosivi fabbricati sul posto con abilità), le imboscate ben orchestrate, il coordinamento di attacchi simultanei, porterebbe a pensare che si tratti di effettivi dello Stato Islamico nel Grande Sahara e di Ansaroul Islam. Ma a questi si sarebbero uniti dei componenti locali, legati alle autorità tradizionali, dando origine a un “gruppo militante ibrido”.

Questa componente locale, legata al potere tradizionale, rende più complicata la reazione di contrasto da parte delle forze di sicurezza che non avrebbero più il sostegno incondizionato della popolazione; ma anche da parte della milizia Koglweogo: già screditata per certe esazioni contro gli abitanti locali, si troverebbe a combattere contro quell’autorità tradizionale che legittima la sua presenza e il suo operato.

La localizzazione più probabile delle basi di questi gruppi, anche per Nsaibia, è la foresta di Kodjagabeli e quella del W-Arly-Pendjari, zone dense, di difficile penetrazione per militari autotrasportati. Il capo di stato maggiore dell’esercito burkinabé ha dichiarato che il 16 settembre un attacco aereo avrebbe colpito delle basi jhadiste nei dintorni di Pama et Gayeri, senza però precisare i risultati.

Queste milizie jihadiste si finanzierebbero attraverso la caccia di frodo e il contrabbando di armi, droga, avorio. Resta da sapere se, sul modello dei gruppi jihadisti del Mali e del nord del Burkina, attueranno anche dei rapimenti, per propaganda e per richiesta di riscatto.

Marco Prada

2018-10-03T23:14:27+00:00 28 settembre 2018|Categories: Attualità, GPIC|Tags: , |