Sono passati undici mesi da quella sera del 17 settembre 2018 nella quale un bussare alla porta ha cambiato la vita di padre Gigi. La notizia è arrivata a noi la mattina dopo.

Non era certo il primo rapimento di cui sentivamo parlare, ma era il primo che ci toccava così da vicino. Ci sembrava impossibile. Quel giorno la notizia del suo rapimento è stata ripetuta in tutti i TG, che abbiamo seguito sperando sempre in qualche particolare in più.

E intanto cominciavamo a farci un sacco di domande: perché? Perché proprio lui? A che scopo? E poi: dove lo avranno portato, come starà, chi sono i suoi rapitori, cosa si sta facendo per liberarlo…

Sono cominciati così questi undici mesi di attesa, di silenzio, di speranza e di preghiera. Una preghiera che ha coinvolto quanti in tutti questi anni, e per motivi diversi, sono entrati in contatto con padre Gigi, condividendo con lui l’entusiasmo per la missione, facendosi coinvolgere nei progetti a favore della gente (acqua, sanità, scuola, e tanto altro), creando legami.

Quello che sostiene la nostra speranza e la nostra fiducia è questo filo rosso della preghiera che, ogni giorno personalmente e una volta alla settimana comunitariamente, ci lega e intercede incessantemente per la liberazione di padre Gigi. Siamo sicuri che anche lui prega per noi. Conoscendolo, di certo il fatto di non poterci fare avere sue notizie gli peserà e si affiderà a quel “telefono senza fili” che è la preghiera, chiudendo così il cerchio.

Ripensiamo spesso a quando lo abbiamo conosciuto, poco prima di essere ordinato, durante una visita a Walter, suo fratello seminarista a Genova. E già innamorato dell’Africa. Un amore per la missione ribadito, si può dire, in ogni lettera, in ogni discorso.

Tre anni dopo, alla vigilia del suo giuramento perpetuo ci scriveva da Bondoukou: “Il mio giuramento perpetuo in seno alla comunità SMA è un impegno di fedeltà e di consacrazione alla missione e a queste Chiese d’Africa nel servizio ai poveri… Sono venuto per servire e questo resta l’orizzonte della mia vocazione sacerdotale”.

Forse, non avrà mai pensato, lui sempre così pieno di iniziative, di arrivare ad essere, come è oggi, un missionario “contemplativo”, in questa sua particolare clausura. Perché è così che vediamo oggi la missione di padre Gigi, una missione orante, missione che continua, anche se in modo diverso e che, a sua e nostra insaputa, porterà dei frutti.

Quando l’hanno rapito, come i primi discepoli mandati in missione, non ha portato con sé “né bastone, né bisaccia”. E’ partito così, senza nient’altro che il Signore nel cuore e nella mente, compagno di viaggio sempre fedele.

Noi, tutti, nell’attesa, continuiamo a pregare pieni di fiducia perché, anche se non capiamo, sappiamo, e crediamo, che “Dio fa concorrere tutto al bene di coloro che lo amano”.

A presto, caro Gigi.

Piero e Rosetta Verzura,
Padova