P. Sylvestre: A Bomoanga si sente forte la mancanza di p. Gigi

Domenica 17 febbraio saranno 5 mesi da quando p. Pier Luigi Maccalli è stato prelevato dalla sua missione di Bomoanga, in Niger, e portato in una località ignota. Da allora non si hanno più sue notizie.

Abbiamo contattato p. Sylvestre Tchegbeou, un missionario SMA originario del Benin. È stato incaricato dal Vescovo, insieme ad altri 4 preti, di visitare regolarmente le Parrocchie del “settore Gurmancé”, di cui faceva parte Bomoanga e altre 3 parrocchie, i cui responsabili, tutti europei, hanno dovuto trasferirsi a Niamey per ragioni di sicurezza.

Ha risposto ad alcune nostre domande su come vive questi momenti la gente di Bomoanga, e come va avanti il lavoro pastorale in una situazione così difficile.

 

P. Sylvestre, ci puoi descrivere come la diocesi ha riorganizzato la presenza dei missionari nella zona dove lavorava p. Pier Luigi Maccalli?

Dopo il rapimento di p. Pier Luigi Maccalli, è stata costituita un’équipe mista di missionari, di cui faccio parte, e che si occupa delle 4 parrocchie del settore Gurmancé della nostra diocesi di Niamey: Bomoanga, Makalondi, Kankani e Torodi.

Prima ero viceparroco di p. Vito Girotto, nella parrocchia di Makalondi. Ma il rapimento ha cambiato l’organizzazione pastorale. Ora, con altri 4 preti, sono in questa équipe, e abitiamo a Makalondi. Tra questi c’è il confratello SMA indiano, p. Dass, che era il vice-parroco di p. Pier Luigi. Gli altri 3 sono preti diocesani nigerini. Da Makalondi ci spostiamo per servire le altre parrocchie. È una missione soprattutto di presenza, perché oggi, con la forte insicurezza che regna nella zona, non possiamo più visitare le comunità dei villaggi. Siamo presenti nelle sedi delle parrocchie, per ridare coraggio, forza e speranza alla popolazione, con cui condividiamo la vita. Abbiamo bisogno delle vostre preghiere, affinché la pace ritorni nella nostra zona, e perché p. Pier Luigi sia presto liberato.

Quali sono le difficoltà a cui siete confrontati?

Le difficoltà sono numerose. Soprattutto la limitazione nei nostri spostamenti. Durante la settimana cerchiamo di riunire qualche responsabile delle comunità dei villaggi, per raccogliere informazioni sulla vita dei cristiani, e aiutarli a programmare le loro attività. Ci costa molto non poter arrivare in tutte queste comunità. È da settembre che molti cristiani non ricevono la visita del missionario e la celebrazione dell’Eucaristia. È difficile, per un missionario, dover rimanere immobile in un posto, e non andare incontro ai suoi cristiani. Nella nostra zona vige sempre lo stato di urgenza, e siamo sotto il coprifuoco dalle 19 di sera alle 6 del mattino. Inoltre è stato proibito l’uso delle motociclette, che anche per noi erano il mezzo più rapido per i nostri spostamenti. Questo perché i terroristi per i loro attacchi usano soprattutto le moto. Anche la gente non può spostarsi in moto, e c’è molto meno movimento e meno comunicazione. La gente è costretta a vivere isolata. Ma siamo ottimisti che questa situazione potrà migliorare.

Come è il morale dei cristiani di Bomoanga? È possibile per loro continuare le attività messe in moto da p. Pier Luigi?

Sono sincero: obiettivamente i nostri cristiani non vivono momenti sereni e felici. È molto forte il sentimento di paura. Basta un movimento sospetto, l’arrivo di qualcuno al villaggio, e subito si pensa il peggio, anche se poi si tratta di persone conosciute e familiari. E poi c’è il fatto che tutti sono oggetto di sospetto, perché secondo le informazione che girano a Bomoanga, ci sarebbero molti fiancheggiatori dei terroristi, che sono infiltrati un po’ dappertutto, anche tra le gente con cui si condivide la vita di tutti i giorni. E poi c’è lo scoraggiamento per il fatto che non si sa dove sia ora p. Pier Luigi, e come sia trattato.

Le attività lanciate da p. Pier Luigi ora funzionano un po’ al rallentatore, salvo qualcuna come il Centro Nutrizionale (per lottare con la malnutrizione dei bambini) e la farmacia, che continuano bene il loro lavoro. Il resto, a causa dell’instabilità e della difficoltà negli spostamenti, è un po’ fermo. La mancanza di p. Pier Luigi è sentita da tutti, cristiani e non cristiani, con molto dolore.

Quale è la situazione sicuritaria della regione in cui operate ora? Che influsso ha sulla pastorale?

È molto precaria. Siamo permanentemente in uno stato di urgenza, con un lungo coprifuoco notturno. Certo, è per frenare i movimenti dei terroristi e evitare i loro attacchi, che sono molto aumentati in Niger negli ultimi mesi. Ma bisogna dire che i militari stanno facendo un buon lavoro, e con le loro operazioni di rastrellamento è tornata un po’ di calma qui da noi. Ma non dobbiamo mai abbassare la guardia, e la prudenza non è mai troppa. Noi abbiamo tanta pazienza, e crediamo che presto si tornerà alla normalità. Certo, sentiamo molto, per la nostra opera pastorale, la limitazione che ci è imposta negli spostamenti, nei viaggi di breve e lungo raggio. Non è per paura nostra, ma per ragioni di sicurezza che dobbiamo adeguarci. Non è bene esporre la nostra vita e quella dei nostri cristiani al pericolo. Per questo ci siamo dati come obiettivo pastorale quest’anno una “missione di presenza”: pur senza fare grandi cose, pur senza grandi programmi, cerchiamo di stare qui, vicini alla gente, per essere segni di speranza.

Quali cambiamenti ha portato nella Chiesa del Niger il fatto di sentirsi sotto attacco?

Sono molto diminuite le cose che la nostra chiesa può fare. Ma è stato un modo per rendersi conto di ciò che la chiesa è, e di ciò che noi tutti, missionari e laici, possiamo essere per questa società e per tutto il Paese. È  quindi un passare da una pastorale del fare, a un’altra dell’essere. L’importante è non subire questi avvenimenti, questo peggioramento della situazione securitaria, ma farla diventare una chiamata a un cambiamento di comportamento nella nostra fede, e a vivere di più la speranza e la carità. Sì, oggi ci rendiamo conto di quanto abbiamo sempre bisogno di conversione, e di diventare sempre più dei segni di fede, speranza e carità.

Ma non bisogna pensare che la Chiesa del Niger abbia smesso del tutto di svolgere le sue attività. Essa risponde ai bisogni della popolazione tenendo conto di questa particolare situazione. La Chiesa è sempre qui, al suo posto, e vuole essere sempre più segno di fedeltà, di prossimità. Molte attività pastorali continuano, soprattutto a Niamey, e nella zone più tranquille. Dappertutto la Chiesa, con dinamismo e realismo, vive la sua vocazioni ad essere un segno dell’amore di Dio per gli uomini. Più che la pastorale, è cambiato il nostro stile di vita, di noi missionari e missionarie: siamo sempre più impegnati in quella che noi chiamiamo la “pastorale della stuoia”, e cioè a sederci accanto alla gente, a porci al loro livello, a rispondere ai loro bisogni soprattutto per mezzo della nostra solidarietà e prossimità.

Cosa fa la comunità cristiana per ricordare p. Pier Luigi Maccalli, e affrettare la sua liberazione?

Nessuno dimentica p. Pier Luigi, un uomo gentile e molto aperto, oggi privato della sua libertà. Cristiani e musulmani, soprattutto a Bomoanga, il villaggio dove ha vissuto questi 11 anni, pregano incessantemente per la sua liberazione. Per noi cristiani, non c’è un momento di riunione, di adorazione e di preghiera comunitaria in cui non si preghi per lui. La diocesi ha stampato e distribuito un’immagine, con la sua foto e una preghiera per la sua liberazione.

Inoltre, ogni 17 del mese è un giorno speciale in Niger, e in tutte le chiese è organizzata una cerimonia per la sua liberazione, a cui tutti, cristiani e non, sono invitati. I nostri fratelli e sorelle musulmani sono solidali con noi, pregano con noi in quel giorno, perché, dicono, “p. Pier Luigi è un uomo di Dio”.

Anche lo Stato del Niger sta certamente facendo la sua parte per la liberazione di p. Pier Luigi. Non posso dire con precisione le azione concrete che ha intrapreso, anche in collaborazione con le rappresentanze diplomatiche, ma le autorità nigerine non cessano di rassicurarci che p. Pier Luigi sarà presto liberato, e che ci vuole pazienza. Ed è ciò che crediamo anche noi. Allora termino con un invito: preghiamo tutti insieme, in comunione di cuore per una sua pronta e pacifica liberazione.

P. Sylvestre Tchegbeou, SMA, Distretto del Benin-Niger

2019-02-11T15:15:59+00:00 11 febbraio 2019|Categories: news sma|Tags: |