Profughi del Lago Ciad, in fuga da Boko Haram

Il giornale americano New Yorker lo ha definito il disastro umanitario più complesso dei nostri giorni. Altri lo chiamano “uno dei conflitti dimenticati dal mondo”. Siamo sulle rive del lago Ciad, che bagna 4 paesi: Nigeria, Camerun, Niger e Ciad, da dove ci viene questa storia, raccontata dalla giornalista Ottavia Spaggiari e riportata dal sito vita.it, nel quale si può leggere l’intero reportage, completo di foto e video.

Il gruppo terroristico islamico Boko Haram si nasconde in questa regione impervia, fatta da migliaia di piccole isole, formatesi quando, per la siccità e il cambiamento climatico globale, le acque del Lago si sono abbassate di livello. Ha devastato interi villaggi, ucciso migliaia di persone e costretto altre decine di migliaia a cercare protezione nei campi profughi sulla terraferma, come questo nei pressi della città ciadiana di Bol.

“I terroristi sono arrivati di notte e hanno distrutto tutto”, racconta Hawa Qual, 35 anni e madre di sette figli. “Sapevo nuotare. Ho nuotato e nuotato, per portare i bambini a riva. Poi tornavo indietro a prendere gli altri e ripartivo”.

Qui opera l’Ong italiana Coopi. Offre assistenza psicologica e psichiatrica ai sopravvissuti di Boko Haram. E gestisce un progetto agricolo, per garantire un minimo di sicurezza alimentare ai profughi, e non farli diventare dipendenti dagli aiuti umanitari. Ha creato degli orti dove la gente coltiva  pomodori, insalate, zucchine, patate. E ha distribuito capre e pecore da allevare, per avere un po’ di latte con cui nutrire i bambini più piccoli.

Da quando Boko Haram è penetrato nelle regioni che si affacciano sul lago, oltre 2.4 milioni di persone sono state costrette a lasciare la propria casa, 7 milioni sono a rischio insicurezza alimentare. In totale 10 milioni di persone disperse in quattro Paesi, di cui il mondo sa poco o niente.

In questo momento nella zona sono in corso tre epidemie diverse: meningite, colera e tifo. Per assistere i malati a Bol c’è solo un unico piccolo ospedale con appena due medici. Coopi opera coinvolgendo prevalentemente operatori locali e capi-progetto provenienti da altri Paesi africani.

L’organizzazione ha avviato anche un progetto di educazione per bambini in età scolare in 9 degli oltre 100 campi profughi del Paese. Si rivolge ai minori che hanno subito i traumi della guerra: “Sono scappati dagli attacchi, dalle violenze, hanno visto di tutto. Il gioco e il disegno sono strumenti di espressione fondamentali e a noi servono per rilevare eventuali traumi e disagi e definire un piano di assistenza adeguato”, racconta Serfebe Charlot Dabra, responsabile del programma.

Qui i bambini riescono anche a frequentare la scuola, l’insegnante è uno dei profughi. “Per ora abbiamo una capienza di sessanta bambini, ma continuiamo a ricevere richieste di inserimento. I genitori vogliono mandare a scuola i loro figli. Tanti vivevano in zone remote dove la scuola non c’era, per molte famiglie questa è la prima volta che hanno questa opportunità”.

Serferbe Daba Charlot è psicologo clinico, e si occupa anche del sostegno psico-sociale dei profughi ospitati nei campi. Le tipologie di disagio psicologico che sono più comuni, spiega, sono le violenze di genere (estremamente diffuse), i matrimoni forzati e i matrimoni precoci: “Abbiamo rilevato diversi problemi psicologici, come depressione, ansia, disorientamento spazio-temporale, problemi cognitivi, la somatizzazione della sofferenza per i traumi vissuti. Ogni mese registriamo tra le 25 e le 30 persone che necessitano di un sostegno psicologico specializzato”.

E fa notare un tipo di relazione molto particolare che si è stabilita tra le famiglie dei profughi e le famiglie del posto che li hanno accolti. In molti casi l’accoglienza e il sostegno sono stati così forti, che i profughi affermavano che qui si trovavano come a casa propria. Stupisce noi europei, ma non gli africani, che fin da bambini imparano il valore della solidarietà e dell’accoglienza dell’altro, chiunque esso sia: “Noi lavoriamo soprattutto con i profughi interni che prima vivevano sulle isole, e che si sono spostati sulla terraferma a causa di Boko Haram. La comunità ospitante non solo li ha accolti, allestendo dei veri e propri luoghi in cui stabilirsi, ma ha garantito loro assistenza ancora prima che arrivassero gli interventi umanitari. Sicuramente questo è legato ai legami famigliari ancestrali, ma non solo. In Africa, quando qualcuno muore, è la famiglia a farsi carico dei suoi figli. Qualcuno ha detto che, in questo caso, è come se i profughi interni avessero perduto il proprio padre (cioè le loro isole e tutti i loro averi) e i loro famigliari sulla terra ferma si sono fatti avanti, per prendersi cura di loro, come se fossero rimasti orfani.”

2018-04-30T18:08:37+00:00 30 aprile 2018|Categories: Attualità, GPIC|