Mons. Mulumbe: “I congolesi devono alzarsi in piedi”

È l’auspicio di Mons. Sebastian Joseph Muyengo Mulumbe, vescovo di Uvira, Est del Congo. Una classe politica corrotta e inadeguata svende le ricchezze del paese e fomenta conflitti. La Chiesa è impegnata nella difesa della legalità, nell’educazione e nella èromzione del dialogo.

È originario dell’est della Repubblica Democratica del Congo, ai confini con Rwanda, Tanzania e Burundi. Nell’area sono attive le diocesi di Kasongo, Bukavu e Kanemi. Dopo essere stato vescovo ausiliare a Kinshasa per un anno e mezzo, mons. Mulumbe è stato nominato vescovo di Uvira dove lavora da quasi 6 anni. Lo scorso ottobre ha partecipato, come padre sinodale, al sinodo panamazzonico che si è tenuto a Roma. Lo abbiamo intervistato, prima che ripartisse per la sua diocesi.

Domanda: Quali sono le sfide politiche ed economiche che il popolo dell’est del Congo deve affrontare oggi? E quali i conflitti?

Mons. Mulumbe: Si tratta delle sfide della pace, dello sviluppo, della guerra e del saccheggio delle risorse naturali. Il Sud Kivu, fin dal tempo dell’indipendenza dal Belgio (1960) non ha conosciuto molti momenti di pace. Il primo vescovo di Uvira è stato preso in ostaggio e arrestato dai mulelisti (da Pierre Mulele, prima ministro e poi rivoluzionario) negli anni ’60 e ci sono volute molte negoziazioni per liberarlo.

All’epoca del dittatore Mobutu (dagli anni ’60 agli anni ’90), ci sono stati dei piccoli periodi di pace ma dal 1996 non abbiamo più avuto tregua. Ancora oggi ci sono guerre sull’altopiano di Minembo. Le comunità composte particolarmente da babembe, bafulero, bavira e banyamulenge si affrontano a causa della terra coltivabile, divenuta risorsa rara.

Ma anche le risorse minerarie della regione sono causa di conflitto. La regione è molto ricca e questo interessa le imprese straniere che vengono a sfruttare coltan, oro, diamanti. Prendiamo l’altopiano di Uvira. C’è tanta povera gente che non ha cibo né denaro per comprarsi le medicine e pagare gli studi ai figli. Eppure alcuni di loro sono armati. Com’è possibile? Vuol dire che ci sono paesi africani vicini, Rwanda e Uganda in particolare, che approfittano di questa situazione.

Non hanno interesse che la regione si stabilizzi e approfittano del disordine per arricchirsi. Questo è il paradosso di vedere le immense ricchezze che Dio ci ha donato e il popolo che vive in miseria. Niente strade, niente scuole che possiamo chiamare tali, niente ospedali. E la ricchezza del popolo congolese non fa che andare altrove…

D.: Qual è l’impegno della Chiesa per costruire la pace in questa zona?

M. : Cerchiamo di impegnarci attraverso le nostre strutture come la Commissione diocesana per la giustizia e la pace. C’è prima di tutto il lavoro di far dialogare le comunità. Come vescovo, mi sono impegnato personalmente in questo lavoro. Rimango comunque convinto che il problema non sia tanto il popolo quanto i politici che hanno in mano il potere.

Quando guardo a noi, e penso a tutte le risorse che abbiamo, mi scandalizzo. In Rd Congo, non è l’interesse del popolo che conta, ma quello degli individui. Ci si chiude nei propri interessi particolari. Il popolo è utilizzato: lo fanno anche le élite intellettuali, a volte anche quelle cristiane. Siamo andati alle elezioni a fine 2018 ed è uscito quello che è uscito. Il vecchio potere è sempre là.

D.: Per lei vescovo congolese che cosa ha significato il sinodo panamazzonico?  

M. : Quando è stata creata la Rete ecclesiale panamazzonica (Repam), noi abitanti del bacino del fiume Congo abbia avuto un punto di riferimento. Ci ha ispirati anche l’enciclica Laudato si’ in cui il papa parla dei due bacini del Rd Congo e dell’Amazzonia come dei due polmoni del mondo. Il bacino del Congo è stato il partner privilegiato al sinodo.

Siamo riusciti insieme a far passare il messaggio innanzitutto di similitudine tra ciò che si vive in Amazzonia e nel bacino del Congo. Ho l’impressione però che la nostra situazione sia un po’ diversa.  In Amazzonia si sono fatte delle dighe che hanno penalizzato vasti territori, ma non è stato necessario ricollocare la gente da qualche parte.

Invece in Rd Congo facciamo una diga per produrre e commerciare elettricità, e alle popolazioni locali non rimane che un grande acquitrino dove non si può più vivere.

D.: Possiamo dire che la corruzione, in Rd Congo, è un male da cui derivano altri mali?  

M. : Sono il presidente della “Commissione per le risorse naturali” della Conferenza Episcopale del Congo. Abbiamo tenuto un incontro a Kolwezi, città congolese seduta sul cobalto. I cinesi la stanno smantellando e la povera gente dove andrà a vivere?

Mi hanno chiesto di fare un discorso inaugurale come portavoce della società civile.  Dopo di me ha parlato il governatore della provincia e ha detto le stesse cose che ho detto io, cioè ha denunciato, mentre avrebbe dovuto prendersi delle responsabilità. La domanda fondamentale è: “A chi appartengono queste ricchezze?”

La risposta è che ci sono imprenditori che quando negoziano le condizioni d’accesso delle loro imprese sul territorio congolese pagano delle tangenti.

Tangenti di cui beneficiano tutti: dalla presidenza della Repubblica all’ultimo capo tradizionale.  Quando hanno pagato tutta questa gente non devono più niente alla popolazione. E dicono ai loro lavoratori, quando rivendicano i salari, che non possono dargli nulla prima di aver recuperato il loro capitale.

Brani dall’intervista di Filippo Ivardi Ganapini
Nigrizia, gennaio 2020

2020-01-22T22:24:32+00:00 27 gennaio 2020|Categories: Chiesa, GPIC|Tags: , , |