L’africanismo di Anton Lembede

Anton Muziwakhe Lembede (21 gennaio 1914 – 30 luglio 1947) è tra i personaggi della storia africana poco noti. Eppure le sue idee hanno avuto un notevole impatto sia in Sudafrica, sia nello sviluppo del Panafricansimo. Lembede è stato una figura centrale, negli anni ’40, della corrente africanista, oltre che primo presidente dell’African National Congress Youth League. L’Africanismo di Lembede si basava sulla dicotomia fra la civiltà tipicamente africana e quella occidentale. Egli riteneva che la civiltà dell’uomo bianco fosse fondata sul materialismo, razionalismo e individualismo, mentre la vera natura dell’Africano fosse intuitiva, comunitaria e più orientata verso una dimensione spirituale. Egli rifiutò il marxismo considerato un’altra filosofia materialistica dell’Occidente e incitò gli africani ad abbattere la dominazione intellettuale ed economica occidentale ritornando all’essenziale visione dei propri antenati.

Chi era Lembede

Lembede nacque in Sudafrica, nella Provincia allora chiamata Natal. Venne battezzato secondo le regole anglicane. Crebbe in una fattoria. Suo padre era un operaio agricolo e la madre un’insegnante. Fu proprio grazie alla presenza materna che Lembede imparò a leggere e a scrivere. Verso il 1927, la sua famiglia decise di trasferirsi per fornire al figlio un’educazione formale. Lembede da poco adolescente si convertì al cattolicesimo. Grazie anche al suo impegno e alla passione per lo studiò riuscì a frequentare il college, divenendo insegnante, proprio come sua madre. Gli anni del college furono molto importanti, anche perché ebbe come professore Albert Luthuli, che sarebbe diventato Presidente dell’ANC e avrebbe ottenuto il Premio Nobel per la Pace nel 1960. Lembede proseguì poi gli studi frequentando l’University of South Africa (UNISA). Ben presto, però, abbandonò la specializzazione in pedagogia per seguire un corso di giurisprudenza. Divenne avvocato e si impegnò attivamente nella sezione giovanile dell’ANC. Morì a soli 33 anni.

Recuperare l’antico modus vivendi africano

Pur nella sua breve vita, Lembede fu d’ispirazione per vari movimenti africani, tra cui il Black Consciousness Movement (BCM) e il Pan African Congress (PAC). Lembede lanciò un duplice richiamo: da un lato, incitò per il Sudafrica il recupero di una struttura governativa simile, se non eguale, a quella tipica delle tradizionali società africane; dall’altro lato, sostenne l’affermazione di un’economia comunitaristica, fondata sul controllo delle risorse da parte dell’intera collettività. La sua fervente difesa della cultura e della società africana erano motivate dal fatto che la continua mitizzazione dell’Occidente, delle sue ideologie, dei suoi costumi e dei suoi sviluppi economici aveva creato nei neri sudafricani un profondo complesso di inferiorità.

Esso fu denunciato da Lembede, nel 1946, con queste parole: “La degenerazione morale sta assumendo dimensioni allarmanti […] si manifesta in fenomeni anormali e patologici, come la perdita della fiducia in sé stessi, il complesso di inferiorità, un sentimento di frustrazione, l’adorazione e l’idolizzazione dell’uomo bianco, di ideologie e leader stranieri. Tutti questi sono sintomi di uno stato della mente patologico”.

La necessità di sviluppare l’Africanismo

Secondo Lembede per sconfiggere il complesso di inferiorità che opprimeva i sudafricani e in genere gli africani a causa dei colonizzatori sarebbe stato necessario sviluppare l’Africanismo, ovvero: una filosofia che poteva offrire un antidoto psicologico al senso d’inferiorità grazie a una nuova e positiva immagine di sé. Nel pensiero di Lembede risultava di fondamentale importanza la rinascita psicologica degli oppressi. Ciò sarebbe stato possibile ricordando le gesta eroiche di storiche figure africane, come il re Zulu Shaka, ed esaltando la propria blackness. L’analisi della storia precoloniale africana e l’esaltazione dell’essere nero costituivano due elementi fondamentali nell’Africanismo di Lembede ed erano necessari per infondere orgoglio, sicurezza e autostima nel popolo africano, all’interno sia del contesto del Sudafrica, sia del vasto continente africano.

In questo senso, Lembede, con i suoi richiami all’unità e alla solidarietà africana, anticipò, almeno dal punto di vista concettuale, il progetto di creazione dell’Organizzazione per l’Unità Africana, nata, come coronamento parziale del disegno panafricanista, con la Conferenza di Addis Abeba (1963). Nel 1946, Lembede parlava dell’Africa come di un blackman’s country aggiungendo che “gli Africani sono i nativi dell’Africa, ed essi hanno abitato l’Africa, loro terra madre, da tempi immemorabili; l’Africa appartiene a loro. Fuori dalle tribù eterogenee, deve emergere una nazione omogenea. La base dell’unità nazionale è il sentimento nazionalistico degli Africani, il sentimento di essere Africani non curanti delle connessioni tribali, dello status sociale, dell’educazione ricevuta, o della classe economica”.

Lembede enfatizzava un vero e proprio nazionalismo africano, coinvolgendo l’intero continente, recuperando i costumi, i riti, i valori tipici delle società tradizionali africane. Durante la metà degli anni ’40, il messaggio di Lembede raggiunse la sua massima popolarità all’interno della Youth League dell’ANC. Anton Lembede ebbe una vita drammaticamente breve: morì nel 1947, tre anni dopo la fondazione della Youth League, all’età di soli 33 anni. Fu anche per questo che il suo nazionalismo africano non riuscì a imporsi all’interno dell’ANC. Tuttavia, influenzò l’ideologia panafricanista e ancora oggi viene ricordato e celebrato non solo in Sudafrica.

Silvia C. Turrin

 

2019-12-04T00:11:32+00:00 30 novembre 2019|Categories: Storia|Tags: , |