La lotta per l’ambiente delle donne peul del Ciad

“Le donne conoscono la terra meglio degli uomini, e sanno come proteggerla dai cambiamenti climatici”. Lo dice con convinzione Hindou Oumarou Ibrahim, che dal 1999 guida l’Associazione delle donne Peul e dei popoli autoctoni del Ciad, che si è data come missione di difendere i diritti dei popoli nomadi, e in particolare di proteggere e salvaguardare l’ambiente.

Il Ciad e la sua popolazione vivono gli effetti del riscaldamento globale come una minaccia quotidiana alla propria sopravvivenza: desertificazione, inaridimento delle sorgenti di acqua e dei pozzi, cambiamento del paesaggio, esodo di centinaia di migliaia di persone.

Vengo da una comunità nomade, ma ho avuto la fortuna di andare a scuola”, dice. Ma non lo ha considerato come un privilegio, bensì come uno strumento per aiutare il suo popolo, e in particolare le donne peul, poco considerate in una società patriarcale maschilista.

E la donna è la più colpita dai cambiamenti climatici che affliggono il Ciad, perché è lei che deve procurare l’acqua, la legna da ardere, le verdure e i condimenti  per i pasti. Tutto questo le è fornito dalla terra, e dunque la donna è fortemente interessata a proteggere la terra, e a fare in modo che continui a produrre gli alimenti per gli uomini, e i pascoli per le pecore e le mucche, da cui essa ricava il latte che vende al mercato e gli procura il sostento.

“È l’ambiente naturale che procura alle donne ciò di cui hanno bisogno”, dice. “E quando l’ambiente si degrada, sono loro, le donne, le prime vittime. In qualsiasi comunità rurale, quando un bambino si ammala, è compito delle donne andare a cercare le piante medicinali per curarlo. In questo campo le donne hanno accumulato delle conoscenze immense. Ma perché non si dà mai loro la parola sulle questioni climatiche?”

I giornalisti e i politici, con inutile retorica, amano presentare le donne come le vittime dei cambiamenti climatici. “Ma perché, si chiede Hindou, non le si rendono delle vere attrici della lotta contro questi cambiamenti, ascoltando la loro esperienza, facendole diventare protagoniste quando si devono prendere le decisioni? Non è una questione di potere, ma di sopravvivenza. L’autonomia e la responsabilizzazione delle donne si basa sul loro diritto di scegliere e di esprimersi liberamente”.

I cambiamenti climatici hanno provocato un cambiamento persino nella società tradizionale dei Peul. “Da sempre gli uomini si sono occupati di portare gli animali al pascolo, e le donne della cucina e di allevare i figli, con tutto ciò che comporta”, spiega Hindou. “I ragazzi già a 7 anni devono occuparsi delle pecore, e le ragazze del focolare. Sono ruoli ben determinati nella comunità. Ciascuno vi si deve attenere, altrimenti si attirano disgrazie e malefici da parte delle divinità. Ma oggi, con lo sconvolgimento climatico, è stata sconvolta anche la società”.

I ruoli si confondono, e c’è grande incertezza. Ad esempio, gli uomini prima di spostare il bestiame verso nuovi pascoli devono spesso rivolgersi alle donne, per chiedere il loro parere sulla direzione da prendere. Esse percorrono grandi distanze ogni giorno per cercare l’acqua, e possiedono dunque le informazioni essenziali. Inoltre al momento di montare l’accampamento, l’uomo ha ancora bisogno della donna, per trovare in fretta la boscaglia da cui ricavare i bastoni che sorreggono le tende. Da una parte la donna è emarginata nella società peul, dall’altra è sollecitata a raccogliere e condividere le informazioni vitali sull’ambiente.

Il cambiamento climatico ha accentuato anche la competizione per il possesso e lo sfruttamento delle terre migliori. Ed è questa la nuova battaglia di Hindou. “I potenti, generali, politici, ricchi cittadini, stanno accaparrandosi le buone terre, improvvisandosi agricoltori e allevatori, espellendo i popoli che le lavoravano da secoli”, denuncia Hindou. Da qualche anno si sono accentuati i conflitti tra etnie di agricoltori e etnie di allevatori, perché la buona terra diventa sempre più rara, anche in un paese immenso come il Ciad. Il sapere e l’esperienza tradizionale imponeva un tempo di riposo alle terre, per rigenerarsi e continuare a fornire cibo e pascoli ad uomini e bestiame. “I nuovi allevatori, invece, quando arrivano, rimangono sul posto, sfruttano la terra al di là delle sue possibilità, e lasciando che gli animali esauriscano tutte le risorse”, si lamenta Hindou.

2018-04-10T18:17:39+00:00 10 aprile 2018|Categories: GPIC|