Il mio apostolato in Niger, insieme a p. Gigi

La diocesi di Lodi collabora con la diocesi di Niamey in Niger: nel 2002 ha inviato due suoi preti e due laiche consacrate per occuparsi della parrocchia di Dosso, nel sud del Paese, vicino al confine con il Benin. Uno di loro è don Domenico Arioli, che nel 2017 è stato nominato responsabile della nuova parrocchia di Gaya, fino ad allora dipendente da Dosso.

L’etnia più numerosa della zona è quella degli Zerma (circa 7.000.000 in tutto il Niger), che raccontano di essere fuggiti dallo Yemen secoli orsono. Poi vengono i Dendi, discendenti della “marina” dell’impero  Songhai, da secoli risiedono anche oltre la frontiera, fino al centro del Benin. In Niger ammontano a circa 150.000 persone, in gran parte mercanti e agricoltori. Fuggirono dal nord del Mali quando il loro grande impero venne sconfitto dal Marocco nel 1591. “Sono etnie molto ben strutturate, con un grande rispetto dell’autorità e una divisione sociale ben precisa, spiega don Domenico. Si dicono tutti musulmani, anche se la loro pratica convive con la religione tradizionale”. Altre popolazioni della zona sono i pastori nomadi Peul, ed infine alcuni nuclei Tuareg. Questi ultimi e gli Zerma si dicono discendenti di yemeniti cristiani.

Don Domenico ed in genere tutti i missionari, ha ottimi rapporti con la popolazione, ed in particolare con il re degli Zerma che risiede a Dosso, ma regna anche su Gaya e che considera come un secondo padre.

La mia comunità cristiana è costituita da non più di duecento persone, precisa don Domenico. Di questi solo due sono di origine nigerina. Gli altri sono emigrati del Benin, del Togo, della Nigeria e del Burkina Faso. La maggior parte di loro sono studenti beninesi iscritti alla locale scuola di infermeria. È una comunità molto mobile: la sua composizione varia ogni anno con il mutare degli studenti e dei lavoratori che comunque oscurano un po’ i gruppi più stabili, per numero e per livello culturale”.

A differenza di ciò che si sente dire di altre zone del Niger, soprattutto il nord, o le regioni di frontiera con il Burkina (dove è la missione di p. Pier Luigi Maccalli) e con il lago Ciad, la regione di Dosso è una zona relativamente tranquilla. “Da noi si registra qualche episodio di banditismo: rapine ai passeggeri e alle merci sui mezzi di trasporto che percorrono le nostre strade, rassicura don Domenico. Ma le forze dell’ordine in genere riescono a contrastare questi gruppi di banditi, e noi qui viviamo, per ora, abbastanza sicuri. La forte autorità tradizionale e la presenza delle forze di sicurezza tengono sotto controllo la penetrazione dei gruppi radicali e violenti: il jihadismo del nord o le infiltrazioni di Boko Haram dalla Nigeria qui sono sconosciute”.

Don Domenico ha ottimi rapporti con i leader islamici, generalmente appartenenti alla confraternita più diffusa in Africa Occidentale, la Tidjaniyah, che pratica un islam moderato e tollerante. Ma è preoccupato da una nuova generazione di imam, formatisi nei Paesi arabi: “Questi Paesi offrono borse di studio ai giovani nigerini che vogliono diventare imam. Una volta rientrati in Niger predicano un islam aggressivo, una jihad che non è solo spirituale e interiore contro il peccato, ma soprattutto esteriore. Attraverso la radio si odono certi predicatori assumere toni preoccupanti, e stupisce la libertà lasciata dallo stato alla sua diffusione”.

In Niger è stato rapito, ormai da mesi, p. Pier Luigi Maccalli: “La notizia non ci è arrivata direttamente, ma è rimbalzata dall’Italia. Amici che ascoltavano il telegiornale alla tv italiana ci telefonavano per avere spiegazioni. Le comunicazioni con Niamey quel giorno erano difficili, e siamo rimasti tutto il giorno esterrefatti e quasi increduli. Provavamo una sensazione di impotenza: un altro attacco alla chiesa?” Il pensiero è andato immediatamente alla distruzione delle chiese cattoliche e protestanti, cinque anni fa, dopo il massacro della redazione di Charlie Hebdo. Allora Presidente, Vescovo e Imam di Niamey parteciparono a Parigi alla marcia contro il terrorismo, e suscitarono una forte rabbia in alcuni giovani musulmani esagitati, che se l’erano presa con i luoghi di culto cristiani, incendiandoli.

“Ancora oggi ci poniamo queste domande: chi c’è dietro il rapimento di p. Gigi? Che progetti e che macchinazioni? Perché nessuno si è ancora fatto vivo per chiedere un riscatto?” Don Domenico ha apprezzato molto la solidarietà dei suoi amici musulmani: “portiamo con voi questa sofferenza”.

“Il pensiero mi va a un episodio della fine del 17° secolo”, ci confida. Un frate francescano belga era stato catturato dai pirati e venduto come schiavo ad un ricco mercante di Agadez, nel nord del Niger. La  testimonianza della sua umiltà, mitezza e disponibilità aprirono le porte a Gesù, suscitando la fede prima negli altri schiavi e poi nello stesso mercante che lo aveva acquistato. Ad Agadez nacque allora la prima comunità cristiana nel Sahel. Dopo il frate, passarono due preti italiani essi pure ridotti in schiavitù, e che sorpresa per loro trovare una comunità nata dalla testimonianza di colui che li aveva preceduti in prigionia! Di lui sappiamo che fu liberato e dovette lasciare il territorio, ma dei due preti non sappiamo più nulla.”

E continua don Domenico: “Ecco p. Gigi, anche se prigioniero, è testimone. Sono convinto che la sua presenza, la fortezza della sua fede, la serenità che l’ha sempre accompagnato, sono una grande testimonianza. La parola di Dio, nessuno può incatenarla, diceva san Paolo. Pur in catene, p. Gigi fa il suo apostolato, e illumina il cammino di fede della chiesa del Niger. P. Gigi sta dando testimonianza con tutto il suo spirito, come ha sempre fatto. Approfitterà anche di questa occasione”.

Il rapimento di p. Gigi ha certamente cambiato molte cose in diocesi. Nella parrocchia di p. Gigi e in quelle più vicine, dove sono numerosi i cristiani e le conversioni, non risiedono più i preti. Essi dormono  nella parrocchia madre di Makalondi: da lì visitano i cristiani e celebrano i sacramenti. I missionari europei per ragioni di sicurezza devono rimanere a Niamey.

 A Gaya e Dosso noi fortunatamente possiamo muoverci senza scorta, anche se la prudenza è aumentata. In tanti missionari europei c’è un forte sentimento di incertezza. Alcuni sono già stati richiamati dai loro superiori. È la stessa angoscia di 5 anni fa, quando bruciavano le nostre chiese, che fa dire ad alcuni: non possiamo più vivere con i musulmani che attaccano i cristiani”. Ma don Domenico non condivide questo sentimento: “Quando si sta con la gente, quando si vive con loro con uno spirito di condivisione e solidarietà, la paura diminuisce. Anzi è la gente che prende le tue difese.”

E la sua conclusione è una riflessione amara sulla presenza dell’Occidente in queste terre del Sahel: “In Niger c’è un ribollire, una corsa per accaparrarsi delle sue ricchezze. Francesi, americani, ma anche cinesi: è sempre più soffocante la stretta degli stranieri, che aprono basi militari gigantesche e hanno preso il controllo economico e politico del paese. La gente non può non sentirsi dominata, espropriata, rapinata.  Fino a quando lo spirito di pazienza dei nigerini resisterà di fronte a queste arroganti prevaricazioni? L’occupazione coloniale non è ancora finita: ha solo cambiato volto e complici!”

Don Domenico Arioli, intervistato da p. Marco Prada

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2019-02-11T16:12:12+00:00 13 febbraio 2019|Categories: Attualità, lettere dall'Africa|Tags: , , , , |