I medici missionari italiani: “L’Africa è fragile, prevenire i contagi”

Occhi e cuore costantemente sull’Africa e sui territori italiani, uniti in unico abbraccio. Sono due i fronti su cui sono impegnati medici e operatori del Cuamm medici con l’Africa, l’Ong cattolica che dal 1950 lavora per il diritto alla salute e alla vita insieme agli africani. Don Dante Carraro, il direttore, è tornato la settimana scorsa dal Sud Sudan e da Padova sta coordinando gli operatori per prepararsi all’ondata del virus in Africa dove i contagi aumentano velocemente e dove, ha ammonito l’Oms, il Covid– 19 potrebbe provocare una ecatombe. Ma in queste ore don Carraro è vicino anche alla rete dei «suoi» tanti volontari rientrati in Italia dalle zone di missione nel Continente.

“Assieme allo strazio per le vittime è tanto anche il bene. Esempi luminosi. Come gli operatori sanitari che si stanno spendendo 24 ore su 24, con infinita generosità, a rischio della vita, spesso con equipaggiamenti scarsi. Molti sono amici che hanno dedicato anni di servizio in Africa e ora sono nel nostro sistema sanitario, nascosti e invisibili, ma con la stessa passione e resistenza. Noi viviamo di carità, ma abbiamo impiegato in segno di vicinanza 100mila euro per acquistare 4 respiratori e dispositivi di protezione agli ospedali di Schiavonia (Padova), Cremona, Parma e Carate (Milano)”.

In Africa qual è l’andamento dell’emergenza Covid–19?

I numeri assoluti sono ancora contenuti, sotto i 3.500 positivi in tutto il continente. Ma da tre settimane i contagi crescono del 22% al giorno. Purtroppo è una tendenza allarmante. In alcuni Paesi come Egitto, Algeria, Marocco e Sudafrica stanno aumentando più velocemente. Nell’Africa subsahariana (la più povera, ndr) sono sopra i 100 casi Burkina Faso e Senegal.

E nei Paesi dove il Cuamm è presente?

Alcuni, come la Sierra Leone, non sono stati toccati perché hanno chiuso subito le frontiere. Erano preparati perché sono reduci dell’epidemia di Ebola con 14mila casi e una elevata mortalità. In Etiopia e Tanzania sono stati registrati 13 casi. In Sud Sudan non ci sono casi confermati. Negli altri Stati non si va oltre la decina.

Perché tanta preoccupazione per l’Africa allora ?

Perché i sistemi sanitari sono debolissimi. Non c’è una seria capacità di diagnosi del coronavirus. A un caso sospetto con tosse, febbre e difficoltà respiratorie al massimo si può fare una radiografia ai polmoni, nelle zone rurali nemmeno quella. Puoi fare diagnosi induttiva vedendo le lastre perché sono pochissimi i laboratori capaci di analizzare i tamponi. Per le terapie siamo a zero. Vediamo in Italia le difficoltà per allestire posti in terapia intensiva con i respiratori. Altra difficoltà è l’ossigeno. Normalmente a un paziente in rianimazione dopo un intervento ne servono due litri al minuto, a un malato di Covid– 19 ne occorrono 30. In Africa non è possibile gestirli.

Che cosa si può fare?

Noi lavoriamo su tre versanti nei 23 ospedali dove abbiamo progetti inseriti nei servizi sanitari locali. Il primo è il contenimento, con l’isolamento dei casi sospetti che vanno messi in tende separate e lì seguiti per preservare gli altri malati e le partorienti. La seconda misura è la protezione degli operatori italiani e locali con guanti, mascherine, camici monouso. La terza è la ricerca dei contatti di un paziente positivo. Possiamo quindi contenere e prevenire, ma non fare diagnosi e curare. Del resto se i numeri sono alti, anche il sistema italiano fatica, pensiamo a cosa può accadere in Africa subsahariana dove scarseggiano i medici e la sanità è fragile. Abbiamo quindi bisogno di sostegno per frenare l’onda. Sarà dura per tutti, ma, come dice il Papa, siamo sulla stessa barca e dobbiamo aiutarci.

Paolo Lambruschi
Avvenire del 29/03/2020

Foto: SIR, Vaticano

2020-05-20T16:39:24+00:00 1 Aprile 2020|Categories: Attualità|Tags: |