I manoscritti di Timbuktu salvati dalla furia islamista

A Bamako, la capitale del Mali, lavora un’associazione poco conosciuta che si chiama Savama-DCI, una sigla che significa: Salvaguardia e valorizzazione dei manoscritti – Difesa della cultura islamica. Savama si è data un obiettivo immenso: digitalizzare 377.491 manoscritti, portati a Bamako da Timbuktu, per salvarli dalla distruzione a cui li avevano votati i jihadisti fanatici e ignoranti, che hanno occupato per quasi un anno il nord del Mali. Ora ognuno di essi è catalogato, restaurato e passato allo scanner. E sono messi a disposizione di ricercatori di tutto il mondo.

Un salvataggio avventuroso

Nel gennaio 2012, quando varie fazioni di islamisti radicali si allearono per creare uno stato islamico nel nord del Mali, i proprietari di oltre quaranta biblioteche private della famosa città di Timbuktu erano preoccupati per la sopravvivenza dei loro tesori culturali.

Allora, in grande segreto organizzarono il loro trasferimento verso il sud del paese, per dare loro un rifugio sicuro. A dorso di asini, su chiatte che scendevano il fiume Niger, nascosti in cassette di frutta e verdura, mimetizzati sotto i sedili di camion e pullman, centinaia di migliaia di documenti antichissimi hanno trovato la salvezza.

Il coordinatore di questo salvataggio fu Abdelkader Haïdara, proprietario di una delle più ricche biblioteche e fondatore di Savama. Attualmente, i manoscritti sono conservati in sei appartamenti a Bamako, la cui ubicazione è tenuta segreta per motivi di sicurezza. Negli ultimi cinque anni, il lavoro è stato immenso. “Abbiamo già catalogato oltre il 60% dei libri, e la scansione digitale raggiunge il 25%. La crisi nel nord del Mali ci ha offerto l’opportunità unica di riunire tutti i manoscritti in un unico luogo, dove possono essere correttamente identificati. Stiamo trovando cose che neppure sapevamo che esistevano: soggetti, autori o anche lingue africane come Fulah, Bambara, Songhai o Tamasheq, che sono state utilizzate per scrivere trattati teologici, note commerciali e corrispondenza. Molti di loro sono in arabo, ma quelli nelle lingue africane appaiono molto più spesso di quanto ci aspettassimo”, dice Haïdara.

Il primo passo è la pulizia accurata dei documenti. Poi c’è un’unità di impaginazione composta da otto persone e coordinata da Mohamed Konaté. È necessario infatti considerare che la maggior parte di questi manoscritti ha i fogli sciolti, e quindi si deve verificare se i fogli si presentano nel giusto ordine.

Il terzo passo è l’identificazione. “Abbiamo fatto una scheda di ogni libro, nella quale abbiamo registrato la data, l’autore, il soggetto, il numero di pagine, la biblioteca a cui appartiene”, chiarisce Konaté. Poi i manoscritti vengono letti dalla prima all’ultima pagina da una squadra sotto gli ordini di Hassan Haïdara, specialista di antica cultura islamica. “Abbiamo trovato autentici gioielli, i più antichi del XIII secolo, principalmente di legge islamica”, continua. Con le informazioni ottenute dalla lettura, si completa la scheda e si entra in pieno nell’ultima tappa, la digitalizzazione. Infine, i manoscritti sono collocati in casse e conservati in una stanza con temperatura e umidità controllate.

La distruzione di Timbuktu

Quando alla fine di gennaio del 2013, dopo nove mesi di occupazione jiadista, le truppe francesi e maliane liberarono la città, gli islamisti bruciarono circa tremila rotoli di antichi manoscritti conservati nel centro Ahmed Baba, come atto di disperazione e rabbia prima di fuggire nel deserto. Fortunatamente, questi manoscritti, persi per sempre nel loro supporto fisico, erano già stati digitalizzati e quindi le informazioni contenute erano al sicuro. Le immagini dei resti dei manoscritti bruciati erano la migliore prova che era stata una buona idea trasferire un buon numero di essi.

Patrimonio di un popolo e del mondo

Timbuktu si affermò a partire dal XIV secolo, come un centro di insegnamento islamico. Per più di 300 anni, una grande quantità di libri furono copiati per ordine di studiosi islamici o eremiti, appartenenti al movimento Sufi. Questi manoscritti sono passati da padre in figlio e hanno costituito delle vere e proprie biblioteche. La concentrazione e la qualità dei manoscritti non ha paragone in tutta l’Africa.

I primi manoscritti risalgono al XIII secolo, e quelli più recenti al diciannovesimo secolo, quando erano ancora trascritti a mano. I soggetti sono vari: si va dalle note commerciali, libri di viaggio e genealogie, alle cronache, ai trattati di teologia, filosofia, legge islamica, astronomia, alla poesia e letteratura. Per generazioni, gli abitanti della città hanno conservato questi volumi, consapevoli che in essi era racchiusa la loro storia.

A disposizione di studiosi di tutto il mondo

Mentre a Bamako si sta concludendo il lavoro di catalogazione e digitalizzazione, in tutto il mondo si è acceso l’interesse da parte dei ricercatori e degli specialisti, in particolare di quelli provenienti dai paesi arabi. “C’è una domanda enorme e crescente di consultazione dei documenti, nella forma digitale e originale. Ma ci sono anche richieste per organizzare delle mostre. Dobbiamo mettere i nostri antichi manoscritti a disposizione del mondo, ma non in una maniera qualsiasi”, dice Hassan Haïdara. “Sappiamo che è stato realizzato un compito storico che ha marcato la nostra generazione. Per secoli, questi documenti sono rimasti lì, grazie alla pazienza, alla prudenza e all’impegno di migliaia di uomini e donne che li conservarono. Ora faremo tutto perché il loro sforzo non sia stato vano”, conclude Haïdara.

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José Naranjo, Da tinta ao pixel, in Além-Mar, maggio 2018

2018-05-09T08:51:04+00:00 8 maggio 2018|Categories: Popoli e Culture|