Epatite C in Africa, una speranza per guarire

In Africa sono 19 milioni le persone che hanno contratto l’Epatite C. Questa malattia, molto costosa da curare, è diffusa soprattutto in ambiente urbano. Percentuali altissime si verificano tra i tossico-dipendenti che assumono droga via siringa. Il mezzo più comune di trasmissione è infatti il sangue.

Questa correlazione tra epatite C e drogati si dimostra vera soprattutto in alcune città del continente dove sono più diffusi gli stupefacenti iniettabili: Mombasa (Kenya), Dar es-Salam (Tanzanie), Dakar (Senegal), Lagos (Nigeria), Abidjan (Costa d’Avorio). L’infettivologa francese Karine Lacombe, che lavora all’ospedale Saint-Antoine di Parigi, e la sua équipe hanno svolto delle ricerche sulla diffusione dell’epatite in Senegal, Costa d’Avorio e Camerun. Hanno studiato il modo con cui vengono utilizzati i test diagnostici in quei paesi, in vista di una migliore cura dei malati di epatite C. Dalle loro ricerche, risulta che Abidjan è la città con il più alto il tasso di infezione tra i tossico-dipendenti: ben il 25%.

Mentre nei Paesi europei il test dell’epatite è a carico del servizio sanitario nazionale, in Africa è a carico del paziente.  Il suo costo in Africa è di circa 80 euro, che equivale al salario minimo mensile, quindi molto oneroso. In più, il test richiede dei macchinari costosi e del personale formato ad hoc. Esso si realizza in due fasi: anzitutto si ricercano nel sangue del paziente gli anticorpi al virus dell’epatite C, che rivelano se c’è stato un suo contatto con la malattia. Se questo è positivo, si procede alla seconda fase, più complessa e molto costosa: la biologia molecolare deve dimostrare la persistenza e la modalità dell’infezione.

Inoltre il test attuale può essere effettuato solo in determinati centri specializzati, e richiede che i sospetti soggetti infettati vi si rechino di persona. Ciò è molto improbabile per tossico-dipendenti che non vogliono manifestarsi, e che abitano lontano da quei centri.

Ma, rivela la dott.ssa Lacombe, qualche speranza si vede all’orizzonte: un nuovo test basato sulla tecnologia GeneXpert e Gene Drive. Potrà essere effettuato al di fuori dei centri specializzati, là dove vivono i pazienti, e somministrato in una sola fase. Disponibile tra 1-2 anni, sarà un test molto più rapido, più semplice, e soprattutto meno costoso. Permetterà a molti soggetti infettati epatite C di intraprendere la cura molto precocemente, ed evitare di veder evolvere la loro infezione di in cancro del fegato, cosa che purtroppo oggi è molto comune.

Parlando di cura, vale davvero la pena segnalare che il Marocco produce il nuovo farmaco miracoloso contro l’epatite C in regime di medicinale generico, a un prezzo 40 volte meno caro di quello ufficiale.

Come è successo? Ricordiamo che il laboratorio americano Gilead nel 2013 aveva brevettato il sofosbuvir, un antivirale davvero rivoluzionario che in poche settimane guarisce da quella malattia e senza effetti collaterali, a differenza dei precedenti trattamenti, molto lunghi, efficaci solo al 60% e gravati da molteplici complicazioni. Essendone l’unico produttore, lo aveva posto in commercio a un prezzo esorbitante, suscitando polemiche e proteste. Infatti la maggior parte dei malati nel mondo non poteva accedervi, impedito dal suo prezzo: per l’intera cura si deve pagare più di 40.000 euro.

E per garantirsi il monopolio mondiale, aveva depositato il brevetto del sofosbuvir in parecchi Paesi, escludendo quelli che reputava non avere un’industria farmaceutica in grado di riprodurlo in laboratorio. E tra questi c’era il Marocco. Ma l’americana Gilead ha sottovalutato i tecnici chimici marocchini: “Questo pregiudizio americano verso di noi ha fatto la nostra fortuna”, dice Myriam Lahlou, direttrice generale del gruppo farmaceutico Pharma5. Dopo aver decifrato il segreto della molecola, Pharma5 ha iniziato a produrre il farmaco e a metterlo sul mercato, e oggi fattura 85 milioni di euro. E tutto ciò in perfetta legalità.

Il generico del sofosbuvir oggi è venduto a 1.160 euro per tutto il ciclo di cura (12 settimane), e può permettere ai 400.000 marocchini infettati dall’epatite C, l’1,2% dell’intera popolazione, di trovare una via di uscita dalla malattia. L’Egitto, in collaborazione con Pharma5, ha iniziato a sua volta a produrre l’antivirale generico, e lo vende all’interno del Paese a un prezzo ancora più basso.

Ma c’è ancora un ostacolo: il 35% dei marocchini, la fascia più povera, non beneficia della sicurezza sociale, e deve pagare la tariffa piena dei farmaci che consuma. E per loro 1.160 euro resta ancora una somma irraggiungibile: iniziare la cura contro l’epatite C significa per loro indebitarsi per molti anni.

(notizie raccolte da Le Monde)

2018-08-15T15:02:35+00:00 8 agosto 2018|Categories: Attualità|Tags: , , , |