Il Benin è conosciuto non solo per le sue straordinarie aree verdeggianti (come il parco nazionale Pendjari), ma anche per i caratteristici villaggi in cui sopravvivono antichissime tradizioni e cerimonie. In particolare, l’ex regno del Dahomey è noto per essere la culla del vudù (termine scritto anche in altre forme, quali voodoo, vodum, vodoun), un culto che purtroppo viene ancora accomunato da molti occidentali esclusivamente alla pratica della cosiddetta magia nera; in realtà, si tratta di un accostamento errato.

Il vudù è piuttosto una complessa, multiforme e variegata tradizione religiosa che offre agli individui una struttura ben definita capace di regolare il modus vivendi di intere comunità, sul piano sociale e culturale. Il vudù è un culto animista, nel quale gli spiriti e la natura, quindi le foreste, gli alberi, i fiumi, sono ritenuti sacri. Questo culto si esprime anche attraverso colorate e coinvolgenti cerimonie, caratterizzate da canti e danze tramite le quali gli spiriti comunicano con le genti, portandole in uno stato di trance. Al centro delle feste tradizionali troviamo le maschere, ognuna delle quali svolge funzioni sociali e simboliche.

La maschera “guardiano della notte”

La cerimonia denominata Zangbeto, tipica della popolazione Fon nel sud del Benin, ha come protagonista la maschera omonima, la quale rappresenta “il guardiano della notte”. Essa simboleggia lo spirito vudù incaricato di proteggere e vegliare sul sonno degli abitanti della comunità e di allontanare non soltanto gli spiriti malvagi, ma anche i ladri. Questo “guardiano della notte” durante la cerimonia viene rappresentato da un costume di paglia che copre completamente colui che “incarna” lo spirito di Zangbeto. Un aspetto molto interessante dal punto vista etico è che questa maschera ha la funzione di denunciare anche pratiche incivili, come il furto, la violenza sulle donne, il banditismo. Zangbeto in qualche modo riproduce lo spirito della giustizia.

Propiziare la fertilità della terra

La comunità Yoruba-nago presente non solo nel Bénin, ma anche in Nigeria e in Togo – celebra la festa detta Guèlède (scritto anche Gélédé), in cui è centrale la maschera omonima.

Importante per la coesione sociale, la maschera Guèlède ha la funzione di sorvegliare il villaggio e la comunità, allontanando le cattive azioni di eventuali malintenzionati.

La cerimonia Guèlède rende omaggio non solo alla madre originaria chiamata Iyà Nlà, ma anche a tutte le donne, fondamentali a livello di organizzazione sociale comunitaria.

Non a caso, si tratta di una festa concepita anche per propiziare la fertilità della terra.

Il legame tra la donna e la terra è una peculiarità in tante zone dell’Africa: sono le donne che la coltivano e proprio grazie al loro lavoro nei campi la famiglia può consumare alimenti ricchi di sostanze nutritive.

Un ponte tra vivi e morti

 

Un’altra cerimonia tradizionale molto importante in Benin è dedicata ai defunti. Protagonista è la maschera chiamata Egun-gun, che tra il popolo Fon rappresenta gli antenati ritornati nel mondo terreno per offrire benedizioni o per prescrivere particolari avvisi alla comunità.

Il culto Egun-gun è di origine Yoruba e in esso troviamo lo spirito capace di mettere in comunicazione i vivi con gli avi.

La maschera che simboleggia l’Egun-gun incarna Oya-Igbalé, figura che congiunge le divinità, gli antenati e la comunità. La cerimonia, praticata solo dagli iniziati, è scandita da danze e da personaggi che indossano vestiti colorati. Eppure, al di là dei vivaci cromatismi e della frenesia, questa festa rimane un omaggio agli spiriti dei defunti. In questo modo gli antenati continuano a comunicare con la gente del villaggio, mantenendo saldo quel ponte tra vivi e morti che caratterizza queste pratiche animistiche.

Silvia C. Turrin

Foto: Wikimedia, Afrik.com