Anche i neri tra gli schiavi di Genova nel Quattrocento

Van Dick, Ritratto della genovese Elena Grimaldi Cattaneo, National Gallery of Art, Washington

Fino al 7 dicembre l’Archivio di Stato di Genova organizza la mostra “Schiavi a Genova e in Liguria”. Due i periodi di tempo analizzati: il secolo 15°, in cui il numero degli schiavi a Genova raggiunse il culmine, e i secoli 17°-18°, in cui il fenomeno si invertì: sempre più genovesi e liguri erano fatti schiavi e deportati in Nord-Africa o Turchia. Per la loro liberazione si costituì il “Magistrato del riscatto”. Ma non mancano documenti più antichi, dei secoli 13° e 14°, come pure degli anni della Restaurazione, in cui le potenze europee, soprattutto l’Inghilterra, intrapresero azioni militari per liberare cittadini europei detenuti come schiavi in gran numero in Tunisia, Algeria, Turchia.

A noi interessa focalizzare l’attenzione sugli schiavi neri, che sebbene non in gran numero, erano indubbiamente presenti a Genova, in varie epoche.

Ma inquadriamo dapprima il fenomeno, facendoci aiutare dal saggio di G. Olgiati, “La città è piena di schiavi”: la condizione servile a Genova nel Medioevo, contenuto nel libro-catalogo della mostra, e dall’articolo di Geo Pistarino, Tratta degli schiavi tra Genova e Spagna nel secolo XV, pubblicato nel 1987 dalla rivista Medievalia.

Genova e gli schiavi, una lunga storia

Sono tre i periodi in cui a Genova affluì un gran numero di schiavi. Il primo è quello contemporaneo alle Crociate (11°-13° secolo): Genova mise molte navi a disposizione per il trasporto dei crociati verso il Vicino Oriente, che poi  tornavano in patria cariche di bottino, merci trafficate sui mercati orientali e schiavi sottratti agli ottomani. Nello stesso periodo i mercanti genovesi si spinsero nel Mar Nero, stabilendo avamposti commerciali nei principali porti. Qui diedero vita al commercio di un tipo particolare di schiavi: slavi (russi, circassi, zichi), ma anche tartari, abkhazi, magiari, ungari. Erano molto ricercate le donne, dai lucenti capelli biondi e occhi azzurri, che a Genova venivano impiegate nei lavori domestici e nei campi. Ma anche gli uomini servivano, in particolare per la navigazione come vogatori delle galee.

Particolare di un quadro del XVII secolo conservato al Museo Correr di Venezia

Il secondo periodo comincia alla fine del 13° secolo, e si estende per qualche decennio nel 14°: è in concomitanza con la ri-scoperta delle isole Canarie. Queste isole al largo del Marocco erano già conosciute nell’Antichità e riprodotte nel mappamondo di Tolomeo. Le avrebbero scoperte i fenici e i cartaginesi già nel 6° secolo avanti Cristo. Ma il mondo occidentale se ne dimenticò. Vennero avvistate dai navigatori che cercavano la via marittima alle Indie, circumnavigando l’Africa. Navi genovesi si avvicinarono alle sue coste già nel 12° secolo, ma è la data del 1291 che viene ritenuta dagli storici come quella della ri-scoperta delle Canarie. Quell’anno il genovese Lanzarotto Malocelli sbarcò sull’isola che prese poi il suo nome, e stabilì un contatto con la popolazione locale, che gli europei chiamavano Guanci. Gli antropologi dicono che molto probabilmente erano berberi dalla pelle scura. Sta di fatto che questa popolazione pacifica e imbelle divenne facilmente preda dei navigatori senza scrupoli, che ne fecero degli schiavi venduti sui mercati di Lisbona, Valencia, Barcellona e Genova. I documenti genovesi dell’epoca registrano infatti la presenza in città di vari schiavi originari delle Canarie.

Il secolo dello schiavismo genovese

Arriviamo al terzo periodo, quello più florido per la tratta degli schiavi: il 15° secolo. Genova era diventata una potenza marinara e finanziaria, grazie alla sua alleanza con la Spagna della reconquista. Mano a mano che la corona spagnola riprendeva città agli arabi, i mercati si riempivano di schiavi sottratti ai loro padroni. Un buon numero di questi erano definiti “mori”. Le carovane arabe da sempre hanno attraversato il Sahara, e gli schiavi neri erano una “mercanzia” molto trafficata. Scrive il Pistarino, che Genova in quel periodo era il principale mercato di schiavi di tutto il Mediterraneo. E anche gli spagnoli venivano a Genova per vendere, comprare e rivendere un gran numero di schiavi. In quel periodo non solo le famiglie aristocratiche, ma anche artigiani, commercianti, e altri impiegati nelle professioni liberali, erano soliti tenere in caso uno o più schiavi. È difficile fare delle statistiche, ma ci sono storici che si azzardano a stimare nel 10% della popolazione la percntuale degli schiavi. Un numero discreto di essi erano neri. E vari dipinti dell’epoca ne attestano la presenza accanto ai loro signori.

 

Particolare di L. Lotto, Pala di Santa Lucia

La mostra organizzata dalla sede genovese dell’Archivio di Stato, tra i documenti esposti, ne presenta alcuni che testimoniano appunto la presenza di schiavi neri a Genova.

Ecco qualche esempio: nel 1415 viene registrato un rogito notarile, riferito a Giovanni, di razza moresca, convertito al cristianesimo, che si impegna a servire fedelmente Lodisio di Capriata, suo padrone, per tre anni, in segno di riconoscenza per i benefici ricevuti.

Facciamo due incisi. Il primo riguarda i nomi: non vengono mai riportati i nomi originari degli schiavi, ma quelli adottati nelle famiglie di servizio. Secondo, la conversione al cristianesimo: comportava l’acquisizione dello status di liberto, e l’affrancamento dal padrone. Ma come nel caso su riportato, per riconoscenza, l’ex-schiavo si impegnava a rimanere a completo servizio per un determinato numero di anni.

I contratti commerciali dei neri schiavi

Altri casi, che si situano temporalmente negli ultimi decenni del 15° secolo: nel 1473, un atto notarile registra la vendita da parte di Iacopo Valletari a sua madre Petra, di uno schiavetto “moro seu nigrum”, chiamato Cristoforo, di anni 10 circa, per 81 lire. Il commento dei curatori della mostra a questo documento dice: “Gli schiavi di colore, presenti a Genova in numero limitato anche nel XII-XIII secolo, erano ancor meno ricercati nel Quattrocento, quando la classe servile era rappresentata soprattutto dagli schiavi cosiddetti orientali, provenienti dall’area del mar Nero. Anche dopo la perdita di Caffa [colonia genovese in Crimea] la presenza di schiavi negri fu piuttosto episodica e di molto inferiore a quella dei servi provenienti dall’area balcanica” (pag. 149). Limitati in numero, ma indubitabilmente presenti nella società dell’epoca.

Lorenzo Lotto, Pala di Santa Lucia, Pinacoteca di Jesi

 

Lo storico Pistarino, nel saggio citato, basandosi su documenti commerciali, i contratti di compra-vendita di schiavi sul mercato genovese del 15° secolo, stima in modo più consistente la presenza di schiavi mori. Come nei documenti notarili, così anche in quelli commerciali ricorre spesso la classificazione “moro”, “negrum”, “originario delle Canarie”. Lo storico sottolinea come i genovesi abbiano organizzato, in modo indisturbato, per lunghi decenni la tratta dei Guanci delle Canarie, piazzandoli nei vari mercati del Mediterraneo. Determinante è stato il ruolo dei trafficanti spagnoli, che avevano preso il controllo sulle Canarie, e che intrattenevano relazioni commerciali con il Nord-Africa: dalle loro navi sono numerosi le schiave e gli schiavi neri sbarcati a Genova per essere commerciati. In particolare poi Pistarino nota che nella seconda metà del 15° secolo gli schiavi mori sono sempre più numerosi rispetto a quelli slavi, a causa delle limitazioni poste dagli ottomani alle navi europee nella navigazione del Mar Nero. Cita ad esempio i due commercianti Bernardo Torres di Ibiza e Giovanni de Circules, catalano, i quali erano specializzati in schiavi mori. E poi il ruolo crescente dei portoghesi: verso la fine del 15° secolo avevano il monopolio delle rotte africane, e Lisbona era diventata una piazza schiavista sempre più popolata di neri.

Caterina, la schiava mora trovata impiccata

Ritornando ai casi presentati nella mostra genovese, nel 1479 viene registrato un atto del giudice istruttore, relativo all’ispezione eseguita per la morte della schiava mora Caterina, trovata impiccata nella casa di Lodisio de Marini Pessagno. Gli ispettori costatano il suicidio, ma, riporta il commento dei curatori della mostra: “Il giudice ispeziona il collo e la persona di Caterina, trovandola brutalmente percossa ovunque, e in particolare sulle parti intime, tanto che la parte posteriore e il resto del corpo appaiono neri come il carbone per i colpi ricevuti”. Questa costatazione però non comporta nessuna denuncia per i padroni. “Gli Statuti genovesi non prevedevano nessuna sanzione per il padrone che abusasse – anche fino alle estreme conseguenze – del diritto di punire gli schiavi di sua proprietà (ius corrigendi), purché questo avvenisse applicato senza l’utilizzo di armi” (pag. 160).

Paolo Veronese, Cena a casa di Levi (particolare), Gallerie dell’Accademia, Venezia

 

Jacopo da Varagine, teologo domenicano e arcivescovo di Genova, due secoli prima considerava lecito punire con catene, bastonate, digiuni gli schiavi riottosi e malvagi, fondandosi su un brano biblico, Ecclesiastico 42,1-5, in cui si afferma che non bisogna farsi scrupolo di far sanguinare il fianco di un pessimo schiavo.

Nel 1487 viene registrato un altro atto notarile che cita il caso di una schiava mora delle Canarie di 16 anni, di cui non viene dato il nome. È affidata dal proprietario Battista Valle al commerciante Giovanni Antonio del Pino di Santa Margherita per essere venduta, ricavandone il massimo profitto, in Sicilia. Ma il commerciante non dà più notizie, e il proprietario fa nominare un Procuratore che vada alla ricerca della schiava.

Schiavi ed ecclesiastici

E arriviamo al 1507: “Sperindeo de Argiroffo, prevosto della Chiesa di San Donato e vicario dell’Arcivescovo di Genova, riceve la protesta segreta di Antonio di Sestri Levante contro le minacce dello stipendiario Simone de Pelipariis di Pedemonte, e la sua riserva mentale nei confronti di un’eventuale manomissione della schiava mora Maddalena”. Una storia complicata: le guardie del Castelletto hanno nascosto nella fortezza la schiava di Antonio, e con la forza lo obbligano a “manometterla”, cioè a ridarle la libertà. Si rivolge allora alla Curia perché riconosca che il suo acconsentimento non è valido, in quanto estorto con la violenza. Questo documento testimonia che lo schiavismo a Genova sopravvive anche nel 16° secolo, anche se già in declino.

Siccome è stato citato un ecclesiastico, segnaliamo altri due casi simili. Uno è antico, del 1411: Lionello Cattaneo, commerciante, ha in progetto un viaggio di lavoro in oriente. Ma è preoccupato per la sua schiava Maria. Con atto notarile la affida allora al prete Francesco di Negro, il quale è libero di disporre di lei “come di cosa propria”. Il commento dei curatori della mostra e del catalogo fa notare che il commerciante non aveva molta fiducia nelle persone della sua casa, e scegliendo un uomo di Chiesa come affidatario, pensa di garantire alla sua schiava un trattamento più umano, esente dalla ricerca del solo profitto.

Un documento antico, del 1383, ricorda il ruolo spesso svolto dalle monache nel facilitare la “manomissione”, l’affrancamento di una schiava. In quell’anno le monache del Monastero dei SS. Giacomo e Filippo danno la libertà alla schiava tartara Margherita, che avevano acquistato dal notaio Alberto Paverio, probabilmente a una cifra irrisoria, dato che lo stesso, affezionato alla schiava, aveva posto come condizione che questa non lasciasse il Monastero se non in caso di matrimonio. Margherita, ottenuta la libertà, può sposarsi con il liberto Giovanni.

Nel 1444 Suor Barbagina Cicala, badessa del Monastero di Sant’Andrea di Genova, si accorda con Chiara, vedova e padrona di Marta, schiava di etnia zica di 25 anni, per il suo affrancamento. Versa alla ex-padrona 90 lire, e la ex-schiava per riconoscenza si impegna a servire il monastero per 11 anni.

Margherita, la schiava miracolata

Un ultimo caso curioso: nel 1462 l’Arcivescovo e Doge di Genova Paolo Campofregoso concede la totale, incondizionata e immediata libertà alla circassa Margherita, già schiava dell’artigiano Pietro di Vigevano. Ammalatisi, le fanno baciare il cilicio di Santa Caterina da Siena, ed è miracolosamente guarita. Un fatto così prodigioso, visto come un segno di Dio, accelera il suo cammino verso la libertà. E Margherita recupera quella dignità originaria che Dio le aveva conferito alla nascita, in deroga a tutto ciò che può stipulare l’uomo sulla terra.

Catalogo della mostra: Schiavi a Genova e in Liguria, a cura di Giustina Olgiati e Andrea Zappia, Sagep, Genova, 2018, pp. 207, € 15.

(MP)

2018-11-12T11:35:16+00:00 29 ottobre 2018|Categories: Cultura, GPIC|Tags: , , |