La prima tappa in Africa del 31° viaggio apostolico di Papa Francesco è stata Maputo, capitale di una nazione dove si vedono ancora i segni di una lunga guerra civile. L’ex colonia portoghese è diventata indipendente nel 1975, ma le fratture sociali e gli strascichi che il colonialismo ha alimentato hanno portato il Mozambico nell’abisso della guerra civile.

La più lunga guerra civile d’Africa

La guerra civile scoppiata in Mozambico nel 1977 (due anni dopo l’indipendenza) è il più lungo conflitto del continente africano. Basti dire che soltanto nell’agosto 2019 i rappresentanti delle due opposte fazioni hanno siglato un attesissimo e storico accordo di pace. Certo, grazie alla mediazione della Comunità di Sant’Egidio, la violenza della guerra civile ha avuto termine con gli accordi di Roma firmati il 4 ottobre 1992. Quella siglata all’epoca tra Joaquim Chissano (FRELIMO) e Afonso Dhlakama (RENAMO) è stata una pace temporanea.

La RENAMO, accusando le forze governative di non rispettare gli impegni presi con gli accordi di pace, non ha mai davvero abbracciato un reale disarmo, mantenendo alcuni gruppi militari nelle zone di montagna del Mozambico centrale. Occorre considerare il fatto che il FRELIMO governa ininterrottamente il paese sin dall’indipendenza. Si è dovuto quindi aspettare il 6 agosto 2019, un mese prima della visita del Pontefice in Mozambico, per vedere le due storiche e opposte fazioni ufficializzare la volontà di intraprendere un cammino di pace concreto. Questa concordanza di eventi – l’accordo di pace, prima, e la visita di Papa Francesco, poi – non è certo casuale. Ma facciamo alcuni passi indietro nella storia.

FRELIMO, RENAMO e la Guerra Fredda

Come tanti analisti hanno evidenziato, la guerra civile in Mozambico – che ha provocato oltre un milione di morti – è stata alimentata dalle strategie e dagli interessi geopolitici dominanti durante il periodo della Guerra Fredda. Infatti, il FRELIMO, il Fronte di Liberazione del Mozambico, è in origine un partito di ispirazione marxista-leninista. All’epoca della guerra civile era appoggiato dall’allora Unione Sovietica. La RENAMO, acronimo di Resistenza Nazionale Mozambicana, è un partito conservatore, inizialmente sostenuto dall’allora governo razzista della Rhodesia (Zimbabwe dal 1979) e dall’allora Sudafrica in cui vigeva il sistema di apartheid. Sostenere la RENAMO significava contrastare le forze filo-comuniste in Mozambico, ma anche in Rhodesia e in Sudafrica.

La guerra civile in Mozambico si inserisce nei giochi e negli scontri tra forze filo-sovietiche e comuniste e forze filo-occidentali o antimarxiste. Una guerra che si è ufficiosamente conclusa nel 1992, ovvero dopo il crollo del muro di Berlino e anno della dissoluzione dell’Unione Sovietica. L’inizio degli anni ’90 hanno segnato anche lo smantellamento del regime di apartheid in Sudafrica e la liberazione di Nelson Mandela dopo oltre vent’anni di detenzione. È in questo contesto che si deve inquadrare sia l’inizio, sia la fine (almeno temporanea) della guerra civile in Mozambico. Una fine temporanea poiché le ostilità tra RENAMO e FRELIMO sono riprese nel 2013 sino al 2016.

Gas naturale e debolezza dei leader, possibili fattori destabilizzanti

Il 6 agosto 2019, il Presidente Filipe Nyusi e il capo della RENAMO, Ossufo Momade, hanno firmato a Maputo un Accordo di pace e di riconciliazione. Il Mozambico non sarà mai più teatro di guerra, ha dichiarato il Presidente Nyusi, aggiungendo che “Il processo che noi abbiamo creato è irreversibile. Non vogliamo nuovamente la guerra”. Questo Accordo crea le condizioni politico-istituzionali favorevoli per le elezioni presidenziali previste per il 15 ottobre 2019. Ma l’Accordo rimane fragile, soprattutto perché all’interno della RENAMO si agitano forti critiche verso Momade. Una delle minacce che incombono sulle prossime elezioni e quindi sulla pace nel paese proviene da Mariano Nhongo, proclamatosi capo della giunta militare della RENAMO. Nhongo, essendo stato escluso dalla partecipazione alle elezioni di ottobre, ha annunciato che farà di tutto per rendere “impossibili” le consultazioni.

Un’altra minaccia arriva dagli attacchi jihadisti nella zona di Cabo Delgado, nel nord del Mozambico. Sono attacchi “strani” e “sospetti”, poiché proprio in quell’area sono state scoperte importanti riserve di gas naturale. Già varie compagnie petrolifere – tra cui l’ENI – hanno firmato contratti di estrazione. Questo elemento di natura economica e strategica può diventare un fattore destabilizzante per il Mozambico e sommato alla debolezza degli attuali leader politici può portare a una lacerazione dell’Accordo di pace.

Silvia C. Turrin

Foto: humanite.fr; Comunità di Sant’Egidio; Mozambique Mining Journal