La storia dell’ultimo schiavo d’America

“Barracoon. L’ultimo schiavo”: un libro appassionante della scrittrice e antropologa americana Zora Neale Hurston, da poco in libreria, pubblicato in Italia dalla casa editrice 66thand2nd.

Scritto in linguaggio netto, senza fronzoli né artifici. Scritto soprattutto usando il linguaggio di Cudjo Lewis, l’ultimo schiavo rimasto in Alabama, nella località di Plateau. Una storia di dolore e di nostalgia che, scritta negli anni Trenta, è stata pubblicata solo nel 2018 negli Stati Uniti da HarperCollins, ottenendo uno straordinario successo.

Cudjo, yoruba strappato dalla Nigeria

Zora Neale Hurston, antropologa afroamericana (nella foto), incontra per la prima Cudjo il cui vero nome è Kossula – nel 1927. Ha ormai 86 anni, e da 67 vive da uomo libero in un Paese straniero, dopo cinque anni e sei mesi in schiavitù. La sua memoria è ancora lucida e il suo racconto è personale e collettivo al tempo stesso: è la storia dell’ultimo carico di merce umana – 130 persone, metà uomini e metà donne – trasportato dalle coste dell’Africa occidentale all’America, nel 1860, a bordo della nave negriera Clotilda.

Quel viaggio segna uno spartiacque, tra un prima che fa male tanto quanto il dopo. Alla maniera dei griot, partendo da lontano e chi lo ha preceduto – il padre, gli antenati – Cudjo-Kossula racconta della sua gente, gli yoruba (nell’attuale Nigeria) e del potente regno di Dahomey (oggi in Benin), il cui re si è arricchito ed è diventato potentissimo, assaltando le tribù vicine e rivendendo i prigionieri come schiavi ai portoghesi. Barracoon, che dà il titolo al libro, è una delle prigioni lungo la costa, da cui partivano le navi negriere. Quella in cui venne recluso Cudjo – e come lui molti altri – si trova a Ouidah, uno dei tanti porti della tratta atlantica (al centro anche del romanzo di Bruce Chatwin Il viceré di Ouidah).

L’orrore del traffico di merce umana

Cudjo è un uomo semplice. Non giudica, non fa politica. Ma il suo racconto ha la potenza della testimonianza e solleva una volta di più il velo su tutto l’orrore di un traffico che tra la fine del Seicento e la fine dell’Ottocento ha ridotto in schiavitù circa 15 milioni di uomini e donne africani, usati come merce, macchine, pezzi di ricambio. “Senti – chiede Cudjo al suo padrone, Jim Maeher – io sono una cosa tua?. Lui ha detto: Sì”. È disarmante e tragico al tempo stesso. Ecco quello che Cudjo e milioni di schiavi sono stati: una cosa di altri.

“Il lavoro era molto pesante – ricorda -. Ma non ci lamentavamo per questo. Di notte piangevamo perché eravamo gente che era nata e cresciuta libera, e invece adesso eravamo schiavi. Non capivamo perché… Oddio. Oddio! Cinque anni e sei mesi da schiavo”. Anni duri anche per l’incomprensione e la mancanza di solidarietà degli altri neri, quelli americani, che, ricorda Cudjo “dicevano che eravamo selvaggi e ridevano di noi e non ci veniva mai a parlare”. Sono anni turbolenti anche per l’America, quelli della guerra di Secessione, di cui gli schiavi colgono un’eco lontana. Arrivano voci: dicono che quelli del Nord stanno combattendo per liberarli; si sentono spari di fucili in lontananza, ma nessuna notizia precisa. E il tempo passa… Forse, pensa Cudjo a un certo punto, “combattevano per un’altra cosa”.

La libertà

Poi, un giorno, il 12 aprile 1865, alcuni soldati yankee dicono a lui e agli altri che sono liberi. Così, come se niente fosse. “E adesso dove andiamo? – chiedono -. Ci hanno detto di andare dove ci pareva. Signore Iddio, grazie! Non avevamo neppure un baule, non avevamo neanche una casa. Tanto per Cudjo – che spesso parla di sé in terza persona – non faceva differenza: adesso era un uomo libero”.

Libertà si associa immediatamente al desiderio di tornare a casa, in Africa. Lì, in America, quegli uomini e quelle donne sradicati sentono di non avere né un Paese né una terra. Ma ben presto, per quanto lavorano sodo, si rendono conto che non potranno mai guadagnare abbastanza per tornare indietro. Possono però comprare un po’ di terra lì. E così costruiscono un villaggio e lo chiamano African Town: “Abbiamo fatto l’Africa nel posto in cui ci avevano portato”, racconta Cudjo che ora può rievocare la storia della sua famiglia, la tenerezza per moglie Seely, la gioia per i sei figli (tutti con nomi africani e americani), e il dolore per la loro morte. Poi il lavoro, la vecchiaia, la solitudine. E soprattutto, una grande e viscerale nostalgia che lo accompagna sino alla fine dei suoi giorni: il tema delle radici rievocato, anche in questo caso, con il linguaggio sobrio e struggente di un uomo semplice e nella più assoluta essenzialità.

La schiavitù non è finita

Quella di Cudjo-Kossula, tuttavia, non è solo una storia che ci riporta in maniera illuminante e diretta a una vicenda “chiusa” del passato e al dolore di milioni di persone strappate alla loro terra. È qualcosa che ci disturba, o che dovrebbe farlo, anche per il nostro presente, per un mondo in cui – a cominciare dall’America stessa milioni di uomini, donne e bambini continuano a essere ridotti in schiavitù, per varie forme di grave sfruttamento: dal lavoro forzato alla prostituzione coatta, dal traffico di organi al reclutamento di bambini e bambine soldato. Oggi come ieri privati della loro libertà e dignità.

Anna Pozzi su Avvenire del 23/02/2019

Hurston Zora N. – Plant D. G,  Barracoon. L’ultimo schiavo, 66th and 2nd, Roma, 2019, pagg. 187, € 15, Brossura

2019-02-23T19:31:05+00:00 23 febbraio 2019|Categories: Libri|Tags: , , |