La nuova fotografia africana

La fotografia è uno dei campi dell’espressione artistica in cui l’Africa fino a qualche anno fa marcava un po’ di ritardo. Troppo evidente era la dipendenza dai canoni coloniali europei. L’inizio del nostro secolo segna invece l’emergere di una pluralità di sguardi originali alla realtà del continente, sguardi a volte ironici e gioiosi, altre volte crudi e provocanti. In molti fotografi e produttori di video-clip domina il rigetto della riproduzione pedissequa e ossequiosa dell’occidente, con toni sbeffeggianti e desacralizzanti.

Pioniere di una fotografia autenticamente africana è il Sudafrica. I suoi fotografi vengono lodati per la freschezza delle loro opere, e per la capacità di usare la macchina fotografica come strumento di analisi del sentimento contemporaneo africano, fatto tanto di aspettative quanto di disillusioni.

La giornalista Silvia C. Turrin, con le due schede che seguono, ci introduce nell’opera di due giovani fotografi, un nigeriano e un’etiope, divenuti un emblema della nuova fotografia africana.

La fotografia di Emeka Okereke, oltre le frontiere

Poeta, documentarista, scrittore, ma soprattutto fotografo, Emeka Okereke è un artista conosciuto in tutto il mondo. Nato nella cittadina di Aba, in Nigeria, nel 1980, Okereke si è diplomato alla Scuola di Belle Arti di Parigi, debuttando pubblicamente come fotografo nel 2001. Nel giro di pochi anni il suo nome e le sue opere hanno iniziato a circolare in vari Paesi: da Londra a Berlino, da New York a Madrid, passando per Parigi. Subito ottiene importanti riconoscimenti.

Il suo lavoro mette al centro il tema delle “frontiere”, non solo nazionali, ma anche sociali e culturali, frontiere che tramite l’arte vengono poste fra loro in connessione. Insieme ad altri artisti africani ha fondato The Invisible Borders Trans-African Road Trip Project col quale crea interscambi, confronti e attività che ruotano attorno alla questione delle discriminazioni legate alle differenze geografiche, ma non solo.

Il progetto, sostenuto da fotografi, scrittori e cineasti africani, vuole incentivare, attraverso i viaggi, interrelazioni con artisti poco conosciuti, ma dotati di talento. Uno dei docu-film da loro realizzati, presentato alla 56ᵃ Biennale di Venezia, racconta di un gruppo di sette artisti che hanno percorso 12mila chilometri attraversando le più pericolose vie migratorie che collegano Lagos ad Addis Abeba.

Aïda Muluneh, ritorno alle proprie radici

Il suo nome per anni è stato associato a quello di importanti reportage fotografici pubblicati dal prestigioso The Washington Post. Tanti pensavano che fosse afroamericana. In realtà, Aïda Muluneh è nata in Etiopia nel 1974, e queste sue origini non le ha mai dimenticate, nonostante i numerosi cambiamenti di vita e spostamenti di casa insieme alla famiglia. Aïda è vissuta in Yemen, poi nel Regno Unito, poi ancora sull’isola di Cipro, approdando in Canada e infine a Washington, città dove si è laureata in Comunicazione.

Il richiamo dell’Africa l’ha spinta a ritornare a casa, in Etiopia, portando con sé la sua professionalità e la sua voglia di indagare le possibilità della fotografia artistica. Rientrata nel suo paese d’origine, Aïda non solo ha fondato l’Addis Foto Fest, la prima Biennale etiope di fotografia, aperta ad artisti vari, ma si è impegnata a creare Desta (Developing and Educating Society Through Art), un’organizzazione volta allo sviluppo culturale per il tramite dell’arte. L’intento è quello di mostrare un’altra immagine dell’Etiopia e del continente africano. E in effetti Aïda è riuscita a offrire al mondo un nuovo sguardo dell’espressività artistica etiope. Basta osservare i suoi scatti in cui il bianco diventa nero e viceversa.

Aïda gioca con l’uso dei colori e delle forme, mettendo al centro delle sue fotografie il femminile, la dimensione inconscia dell’umanità, il surrealismo e la multidimensionalità della cultura nata per effetto della Diaspora africana.

Silvia C. Turrin

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2018-10-05T09:47:55+00:00 5 ottobre 2018|Categories: Arte|Tags: , , |