La storia si fa coi piedi. Era il titolo di una compilazione di lettere dal centro storico di Genova con la prefazione dell’amico Marco Aime. Da allora sono stati ancora loro, i piedi, ad orientare il mio soggiorno nel Niger.
I piedi dei migranti, rifugiati, sfollati, richiedenti asilo, viandanti, contadini, detenuti e comuni passanti senza meta. Piedi rammendati dal vento e dalla polvere che sanno più cose di quanto le scarpe o i sandali hanno saputo custodire malgrado il tempo che, spesso, cammina invece per conto suo.
Li ho lasciati, con un certo rammarico, alla terra a cui appartengono. Quest’ Africa che cammina anch’essa e non da oggi, coi propri piedi dopo che altri hanno tentato di farla camminare con piedi stranieri. Poi mi sono messo sulla traccia di altre direzione lasciando che i piedi dettino la mia rotta. In questi mesi di separazione non ho fatto altro che pedinare passi e piedi.
Nella mia sconcertante e bella terra ligure, anzitutto. Tra i tanti sentieri abbandonati o tra quelli indicati dei percorsi ad uso turistico e di paesini dell’appennino che soffrono di solitudine. Ci sono stati in seguito i piedi dei migranti lavoratori di Castelvolturno e, non troppo dopo, quelli di Trieste. Sono questi ultimi che, appunto, Lorena Fornasir e con lei altri di Linea d’Ombra curano, accarezzano e rivestono di dignità. Siamo nella piazza ribattezzata dei popoli o piazza mondo.
Adiacente alla stazione ferroviaria e non lontana dal Porto Vecchio con le strutture in pietra dell’impero austro-ungarico. Di nascosto ma non troppo, molti piedi di migranti si rifugiano in quelle strutture fredde e poco accoglienti per dare ristoro ai piedi, stanchi e feriti dall’attraversamento della rotta balcanica.
Il tempo di preparare il viaggio e via di nuovo per inseguire passi, piedi, rotte, paesaggi di frontiera. Si è trattato di Ventimiglia dove i piedi esitano tra sponde diverse. Francia, Italia, mare, colline, treno o in auto per tentare di passare il confine. Alla Caritas della città e certamente anche altrove, si trovava anche il servizio di scarpe nuove, usate o comunque sufficienti per camminare dove porta il cuore o i documenti buttati via da tempo. Alcuni di questi passi e piedi non sono mai arrivati perchè il treno è passato e, troppo tardi si è accordo di loro camminando sui binari. Proprio quello che succede coi piedi mutilati, tagliati, resi inutilizzabili da bombe e armi studiate apposta per ferire nel peggiore dei modi i nemici della patria. Piedi intrappolati in guerre mai scelte o volute. Piedi che fuggono e cercano un rifugio dopo aver camminato ore, giorni, mesi, anni. A volte tutta una vita scappando.
Poi c’è Fez. Città imperiale e autorevole testimone di tredici secoli di storia. Situata nel nord-est del Marocco e considerata come la capitale culturale del Paese. Anche grazie alle strategie geopolitiche dei dirigenti Fez è riconosciuta e ambita meta per continuare gli studi universitari o specializzati. Le stime del 2021 attestano che circa ventimila studenti sono di origine africana, circa l’83 per cento. Alcuni di questi piedi erano nelle mie e nostre mani la sera del passato giovedì, memoria del gesto che Cristo, secondo il vangelo di Giovanni, ha lavato e asciugato i piedi dei suoi amici. Le mie ginocchia che, in genere, non si piegano davanti a niente, si sono messe ai piedi di una dozzina di studenti africani, ragazzi e ragazze. I loro piedi sono stati lavati con acqua nuova e, prima che il confratello li asciugasse, sono stati baciati. Le mie labbra posate con pudore sopra i loro piedi nudi perchè osino scoprire nuovi sentieri di pace.
P. Mauro Armanino
Fez

LETTURA CONSIGLIATA
Sabbia vento e tempesta. 14 anni di polvere nel Sahel
di Mauro Armanino
Mutus liber, 2025
pagg. 122
