Guerre, persecuzioni, violazioni dei diritti umani, siccità, alluvioni sono tra le cause che spingono milioni di persone ad abbandonare le loro case e la loro terra d’origine in cerca di un po’ di pace e (relativa) sicurezza.
Secondo l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, il numero di persone costrette alla fuga in tutto il mondo ha raggiunto la cifra di oltre 122 milioni.
Guardando all’Africa, il recente rapporto realizzato dall’Istituto di Ricerca sulla Pace di Oslo, ha messo in evidenza come in Africa vi siano 28 conflitti e per questo numero è il continente in cui vi sono maggiori guerre. Seguono l’Asia e il Medio Oriente.
Dignità, diritti, pace, sicurezza: è questo che cercano le migliaia e migliaia di persone costrette a fuggire da casa.
In questi ultimi anni, però, i rifugiati (o almeno, una certa “tipologia” di rifugiati) sono visti sempre di più non tanto come persone in cerca di una vita migliore, quanto come individui che minacciano la sicurezza del mondo cosiddetto occidentale o, meglio, dei Paesi più ricchi e industrializzati.
Slogan quali “il pericolo di invasione…” fanno breccia nella “pancia” di chi guarda la realtà in modo superficiale, o non guarda affatto la realtà nel suo complesso, per concentrarsi semplicemente sul proprio “fazzoletto di terra”.
Oggi come oggi, essere rifugiato – soprattutto se si proviene dall’Africa – è un duplice dramma, perché tornare indietro è difficile o impossibile, e rimanere nel luogo dove si sperava di trovare pace è difficile o traumatico, a causa degli ostacoli che si frappongono nell’ottenere effettivamente lo status di rifugiato.
Basti considerare ciò che sta accadendo negli USA.
Mentre alcuni sudafricani bianchi hanno ottenuto lo status di rifugiati negli Stati Uniti, in quanto ritenuti soggetti a discriminazione razziale a opera del governo di Pretoria, sempre l’attuale amministrazione USA ha vietato ai cittadini di 12 paesi di viaggiare negli Stati Uniti e ha limitato l’accesso ai cittadini di altri sette paesi. Il pretesto è la” sicurezza nazionale”.
Le persone principalmente colpite sono quelle provenienti da Africa e Medio Oriente.
Il divieto si applica ai cittadini di Afghanistan, Myanmar, Ciad, Repubblica del Congo, Guinea Equatoriale, Eritrea, Haiti, Iran, Libia, Somalia, Sudan e Yemen. Le restrizioni rafforzate si applicano ai cittadini di Burundi, Cuba, Laos, Sierra Leone, Togo, Turkmenistan e Venezuela che si trovano al di fuori degli Stati Uniti e non sono in possesso di un visto valido.
E sempre negli USA è in atto una campagna di deportazione degli stranieri, cosiddetti “illegali”.
Migliaia di migranti vengono arrestati e molti inviati nel famigerato carcere di massima sicurezza di Guantanamo (situato sull’isola di Cuba… e tristemente noto dopo l’11 settembre). Politiche che stanno aumentando il dissenso interno. Numerose sono infatti le manifestazioni di protesta contro le deportazioni forzate. Ma anche in altri paesi le politiche anti-immigrazione si stanno rafforzando per creare nuovi muri o centri di detenzione.
Per questo è così importante celebrare il 20 giugno la Giornata Mondiale del Rifugiato.
Un’occasione non solo per ricordare il coraggio e la resilienza di milioni di persone costrette a fuggire dai loro paesi, ma anche per sensibilizzare i cittadini – ancora inconsapevoli – sulle reali cause delle migrazioni e sulle ideologie che ruotano attorno alle politiche migratorie.
La Giornata Mondiale del Rifugiato è importante perché:
- mette al centro le storie reali di chi è stato costretto a lasciarsi tutto alle spalle
- contrasta la banalizzazione e le narrazioni fuorvianti e infondate sulle migrazioni e sulla figura dei richiedenti asilo e dei rifugiati
- invita a rafforzare la cooperazione tra i Paesi al fine di incentivare un’accoglienza più umana e rispettosa dei diritti individuali.
Nel 2025, la Giornata Mondiale del Rifugiato è dedicata alla solidarietà ai rifugiati (#withrefugees). L’Agenzia ONU per i Rifugiati (UNHCR) ha lanciato la campagna di raccolta fondi e sensibilizzazione #TorniamoASentire.
L’iniziativa invita ad ascoltare le voci dirette di chi fugge, per alimentare il sentimento di empatia che ci rende Umani.
Silvia C. Turrin