Scrittore camerunese di lingua francese (Mbalmayo 1932 – Douala 2001), Mongo Beti, pseudonimo di Alexandre Biyidi Awala, è stato sicuramente uno degli intellettuali africani più rappresentativi del panorama letterario contemporaneo.
Ha studiato e vissuto a lungo in Francia, trentadue anni di esilio autoimposto, nei quali è stato insegnante di liceo ad Aix-en-Provence. Rientrato in Camerun soltanto nel 1991, ha aperto una libreria per incoraggiare l’alfabetizzione e la lettura.
Sempre al fianco dei più deboli, Beti ha lottato tutta la vita contro le ingiustizie e le discriminazioni. Il suo obiettivo primario era quello di contribuire alla costruzione di una società equa ed indipendente dalla monstruosité coloniale, utilizzando le sue battaglie come esempio per esortare tutto il popolo africano all’unione e alla rivendicazione dei diritti più elementari.
Alla satira del sistema coloniale (Ville cruelle, 1954; Mission terminée, 1957; Le roi miraculé, 1958; Le pauvre Christ de Bomba, 1976) è subentrata, dopo il saggio politico Main basse sur le Cameroun (1972), la denuncia dei nuovi poteri indipendenti (nella trilogia Remember Ruben, 1974; Perpétue ou l’habitude du malheur, 1974; La ruine presque cocasse d’un Polichinelle, 1979), quindi l’analisi del difficile incontro tra l’Africa e l’Europa (Les deux mères de Guillaume Ismaël Dzwatama futur camionneur, 1982; La revanche de Guillaume Ismaël Dzwatama, 1984) . Ha lanciato e diretto la rivista Peuples noirs, peuples africains, attraverso la quale ha denunciato i nuovi regimi sorti nell’ immediata indipendenza coloniale.
Gli utimi suoi romanzi sono stati: L’histoire du fou (1994); Trop de soleil tue l’amour (1999); Braule-bas en noir et blanc (2000).
Il breve racconto che segue è tratto da un capitolo di Ville cruelle, suo primo romanzo, romanzo critico verso gli abusi del colonialismo e ambientato in una città immaginaria del Camerun:
“Quella stessa mattina, Banda era in fila davanti agli addetti al Controllo, muniti di coltello, ai quali doveva mostrare i suoi duecento chili di cacao per ricevere l’autorizzazione a cederli ai greci (…)
Le soluzioni possibili ufficialmente erano tre:
- eravate immediatamente autorizzati a vendere il vostro cacao;
- vi facevano essicare il cacao al sole per due o tre giorni, sotto la supervisione dei servizi di Controllo;
- se il cacao era davvero troppo cattivo e quindi impossibile da esportare, veniva bruciato.
In realtà c’era una quarta soluzione, di tipo transazionale: Banda avrebbe dovuto conoscerla.
Gli sembrava tutto molto sbrigativo. Senza porvi troppa attenzione, sentì una leggera inquitudine stringergli la gola. Perchè l’addetto al Controllo aveva quell’espressione corruciata e reticente?
Non sapeva che l’astio fosse una consuetudine per quei signori, benchè la loro storia, all’epoca degli eventi di questo racconto, fosse appena cominciata. Fino a quel momento la qualità del cacao era stata una questione tra il produttore locale e l’acquirante greco. L’Amministrazione si era sempre astenuta dall’intervenire, per la gioia di tutti. Un giorno però si era sentita in vena di metterci il becco (…) . Tutto era iniziato quando un esercito di parassiti aveva invaso il paese come uno sciame di cavallette. Spuntavano ovinque per dimostrare che le piantagioni erano trascurate, gli alberi del cacao piantati male, troppo ravvicinati, le piante mal selezionate e che avrebbero insegnato loro come fare per ampliare le piantagioni affinchè rendessero di più e così via. (…) In un attimo gli addetti si impossessarono dei cinque carichi di cacao e li trasportaronoverso il cumulo di fave dal quale partiva il fumo. Che cosa aveva detto l’ispettore? “Questo cacao è cattivo, cattivissimo, bruciatelo!”
Banda era furioso. Le lacrime gli velavano gli occhi. No – gridò- non è vero, il mio cacao è buonissimo! Si scagliò contro gli uomini dell’ispettore (…) Che cosa avrebbe detto costui? “Coglione, sporco negro, buono a nulla, vizioso, macaco, sciocco”.
Forse lo avrebbe preso a schiaffi. Lui avrebbe tenuto le braccia strette lungo i fiachi. Si sarebbe astenuto dal reagire se il comissario lo avesse preso a schiaffi, altrimenti sarebe stata la fine”.
(in Africana, viaggio nella storia letteraria del Continente, a cura di Chiara Piaggio e Igiaba Scego, Feltrinelli, 2024, pp.50-57, traduzione di Giulia Gazzelloni).
Gli eroi di Mongo Beti falliscono tutti. Nutrono ambiziosi progetti che non arrivano a mettere in opera. Sono velleitari, inefficaci.
A cura di Ludovica Piombino
Biblioteca africana Borghero
