Cosa rimane dopo un Giubileo?
Tradizionalmente, un Giubileo non è mai solo una pausa spirituale. Dalle sue radici bibliche, porta con sé una dimensione sociale: la remissione dei debiti, il ripristino delle relazioni e un riequilibrio laddove le disuguaglianze si sono radicate in strutture durature.
Il Giubileo del 2025 è terminato. I pellegrinaggi sono finiti, le porte simboliche si sono chiuse e le celebrazioni pubbliche hanno lasciato il posto al tempo ordinario. Eppure, le domande sollevate durante questo anno giubilare rimangono profondamente attuali.
Una volta passato l’anno giubilare, emerge una domanda più discreta ma più impegnativa: quali cambiamenti, se ce ne sono, lascia veramente dietro di sé?
Un debito che trascende il solo quadro finanziario
Durante il Giubileo, l’attenzione è stata costantemente rivolta alla realtà del debito, non solo economico, ma anche ecologico e morale. Molti Paesi del Sud del mondo continuano a sopportare pesanti oneri finanziari, spesso ereditati da sistemi storici che ne hanno ostacolato lo sviluppo. Allo stesso tempo, queste regioni subiscono in modo sproporzionato gli effetti del degrado ambientale, pur avendovi contribuito in misura minore.
Questa tensione rivela una questione più profonda: i sistemi globali incentrati principalmente sul rimborso e sulla crescita possono davvero tenere conto della dignità umana, della responsabilità storica e dei limiti ambientali?
In altre parole, le regole che governano l’economia globale riflettono veramente le realtà e i limiti della vita umana e del pianeta?
Il Giubileo non ha fornito risposte definitive a queste domande. Le ha rese più visibili, più urgenti.
Il contributo della Chiesa: una voce diversa
Quando la Chiesa affronta questioni di debito, ecologia e disuguaglianze mondiali, non propone soluzioni tecniche o economiche. Il suo contributo si colloca su un piano diverso.
Sotto il pontificato di Papa Francesco, in particolare attraverso la Laudato Si’, la Chiesa ha sottolineato una visione integrale: strutture economiche, salute ambientale e vita umana non possono essere separate. I sistemi devono essere valutati non solo in termini di efficienza o crescita, ma anche in base al loro impatto sulle persone, soprattutto su chi è più vulnerabile.
Questo approccio trascende le classificazioni ideologiche. Sfida l’assolutismo del mercato senza ignorare la responsabilità e critica le ingiustizie strutturali, senza negare l’importanza di una buona governance o dell’impegno locale.
Un ruolo di ponte che rimane essenziale
Uno dei ruoli duraturi della Chiesa, evidenziato durante il Giubileo, è la sua capacità di porsi tra mondi diversi. Presente sia nelle società prospere che in contesti di estrema povertà, nei centri di potere come nelle periferie dimenticate, può agire – non come giudice – ma come ponte.
Nei dibattiti globali, le voci della Chiesa ci hanno ricordato che la responsabilità delle crisi attuali è condivisa, ma non simmetrica. Alcuni debiti sono finanziari, altri ecologici; alcuni sono storici, altri strutturali. Riconoscere questa complessità non significa attribuire colpe, ma promuovere una responsabilità condivisa (una co-responsabilità).
Sebbene il Giubileo sia terminato, la necessità di tali ponti rimane.
Ecologia ed economia come esperienza vissuta
Il degrado ambientale è spesso discusso in termini astratti. Eppure, sul campo, si traduce in perdita di terreni, migrazione forzata, insicurezza alimentare e crescente instabilità sociale.
Per le comunità missionarie come la SMA, queste realtà non sono teoriche. Fanno parte della vita quotidiana: agricoltori che affrontano l’impoverimento del suolo, famiglie sfollate a causa delle pressioni climatiche e giovani costretti ad andarsene perché le economie locali non consentono più loro di vivere dignitosamente.
È qui che il legame tra debito ecologico e debito economico diventa visibile, non come concetto accademico, ma come vulnerabilità umana vissuta.
Il Giubileo come riflesso, non come soluzione
La tradizione del Giubileo non offre risposte preconfezionate. Piuttosto, agisce come una sorta di prisma: un modo per guardare la realtà in modo diverso. Invita le società a fermarsi, a rivalutare i sistemi ereditati e a chiedersi chi servono veramente.
Da questa prospettiva, la fine del Giubileo non è una conclusione, bensì una transizione. Il momento simbolico è passato; la responsabilità, tuttavia, rimane.
Rottura anziché transizione
Il Giubileo invita anche a una lettura più lucida del periodo che il mondo sta attraversando. Le tensioni legate al debito, ai limiti ecologici e alle persistenti disuguaglianze non sono semplicemente una questione di un graduale adeguamento dei sistemi esistenti. Esse segnalano una frattura più profonda, in cui i quadri economici, finanziari e ambientali ereditati non sono più in grado di affrontare adeguatamente le realtà umane che plasmano.
Come ha affermato una recente analisi, non possiamo continuare a rifugiarci nella narrazione del reciproco vantaggio dell’integrazione quando tale integrazione stessa diventa fonte di dipendenza e dominio. In questo senso, il Giubileo non richiede correzioni marginali, ma un esame lucido di narrazioni e strutture che non possono più essere perpetuate così come sono.
Oltre le fortezze: responsabilità condivisa
In tempi di sconvolgimenti, la tentazione di ritirarsi è forte. Quando i sistemi vacillano, la risposta istintiva è spesso quella di proteggere i propri interessi: garantire l’accesso alle risorse, rafforzare i confini economici, spostare i costi altrove.
Tuttavia, un mondo organizzato attorno a fortezze – finanziarie, ecologiche o politiche – rischia di diventare più fragile e meno sostenibile. Il Giubileo apre un altro orizzonte: quello della responsabilità condivisa – diseguale, ma reale – dove le interdipendenze sono riconosciute, dove i debiti visibili e invisibili sono riconosciuti e dove la resilienza è costruita senza scaricare il peso delle crisi sui più vulnerabili.
Prospettiva missionaria: l’ascolto dopo la celebrazione
Per le comunità missionarie come la SMA, il Giubileo riflette una dinamica ben nota: i momenti decisivi si misurano meno in base a ciò che simboleggiano, piuttosto in base a ciò a cui ci impegnano successivamente. Nel suo discorso conclusivo all’Assemblea Generale della SMA del 2025, il Superiore Generale ci ha ricordato che le assemblee e i principali eventi ecclesiali non si concludono solo con le risoluzioni, ma con la responsabilità di tradurne lo spirito nella missione quotidiana.
Il lavoro essenziale inizia dopo la chiusura delle porte, quando le convinzioni rinnovate devono tradursi in presenza costante, discernimento e scelte concrete.
Questa prospettiva plasma il modo in cui la SMA affronta le questioni del debito, dell’ecologia e della disuguaglianza. Queste non sono considerate principalmente come sfide politiche astratte, ma come realtà incontrate insieme a comunità colpite da degrado ambientale, insicurezza economica e squilibri sociali.
Da questa prospettiva, il Giubileo appare meno come un fine che come un prisma, affinando l’attenzione alla responsabilità condivisa una volta trascorso il momento simbolico e ancorando le questioni globali all’esperienza umana vissuta.
Responsabilità condivisa dopo il Giubileo
L’anno giubilare è terminato, ma il mondo che si proponeva di illuminare non è cambiato dall’oggi al domani. Il debito rimane. La pressione ecologica continua. Le disuguaglianze persistono.
Se la libertà è relazionale, allora anche la responsabilità deve essere condivisa. E se la fede è veramente incarnata, non può disgregarsi una volta terminate le celebrazioni.
Ciò che rimane dopo il Giubileo non è un programma, ma una domanda – silenziosa, persistente e necessaria: come possiamo riorganizzare le nostre relazioni – tra le nazioni, tra le generazioni e con la terra stessa – affinché giustizia e sostenibilità crescano insieme?
Fonte: SMA international
Traduzione e adattamento a cura di Silvia C. Turrin dell’Articolo firmato da Pierre-Paul Anani Dossekpli