Ovunque agisca, il missionario non è mai un navigatore solitario

 Don Michele, direttore del Centro Missionario di Savona: “Ripensiamo le nostre parrocchie con uno stile missionario! La missionarietà pervada tutti gli ambiti della pastorale e della vita cristiana”.

Don Michele Farina, 49 anni, dal 2002 è sacerdote della diocesi di Savona-Noli. Dopo i primi anni di ministero in alcune parrocchie della diocesi, dal 2010 al 2018 è partito per la missione interdiocesana a Cuba, nella diocesi di Santa Clara. Rientrato dalla missione, è parroco di 5 parrocchie e co-direttore dell’Ufficio Diocesano per le Missioni e le migrazioni.

Gli abbiamo posto alcune domande:

30 anni fa Giovanni Paolo II scriveva la Redemptoris Missio nella quale si afferma in modo inequivocabile il ruolo della chiesa locale nella missione universale: cosa è stato fatto a livello delle chiese locali liguri, e più in generale italiane, per assumere questo ruolo missionario?

Don Michele: L’enciclica di Giovanni Paolo II comincia con queste parole: “La missione di Cristo redentore, affidata alla Chiesa, è ancora ben lontana dal suo compimento”. Siamo invitati così a riscoprire la bellezza di questo cammino senza preoccuparci della lontananza della meta.  Il desiderio della chiesa ligure in comunione con la chiesa italiana è quello di una missionarietà che pervada tutti gli ambiti della pastorale e della vita cristiana, il Centro Missionario Diocesano non può più agire in modo isolato, ma in sinergia con gli altri uffici diocesani elaborare una vera e propria pastorale missionaria. Timidi tentativi sono stati fatti cominciando da una collaborazione con gli uffici diocesani “affini”, come Migrantes e Caritas, ma sarà necessario ampliare lo sguardo e insieme alla pastorale giovanile, catechistica, vocazionale, familiare, alle parrocchie elaborare cammini e percorsi condivisi. Chi si impegna per la missione non è mai un navigatore solitario.

La stessa enciclica riafferma l’attualità e la necessità degli istituti missionari specificamente ‘Ad Gentes’: in base alla tua esperienza (parrocchia, missione, CMD), come si specifica oggi questo ruolo? Quale è l’originalità e la specificità di un istituto missionario?

D.M.: “Andate e predicate il Vangelo”. Credo che il ruolo degli istituti missionari e la sua originalità stia tutto in questo imperativo evangelico. Nella misura in cui gli istituti rimarranno fedeli a questo invito sapranno trovare in ogni tempo e in ogni luogo la propria originalità e specificità. Ciò che si riconosce e si chiede all’agire degli istituti attraverso i loro missionari è la testimonianza. Andare è il sì del missionario che diventa fecondo per chi lo accoglie, ma anche per l’istituto stesso che lo invia e predicare significa donare ciò che si è ricevuto e non si può tenere per se. L’animazione missionaria, nei luoghi di origine degli istituti deve diventare parte integrante del suddetto imperativo evangelico. Dopo gli anni missionari a Cuba, la domanda da parte di molti che mi viene rivolta nella mia diocesi è quella di come fare per imparare dalla chiesa cubana nuovi stili ecclesiali più coerenti al Vangelo.

In questi ultimi anni da papa Francesco ci giungano stimoli a ripensare le nostre parrocchie con uno stile missionario: come si è fatto nella tua diocesi per raccogliere questa sfida?

D.M.: Lo stile missionario al quale ci richiama papa Francesco è quello che ha riassunto lui stesso, nel messaggio per la Giornata Mondiale della Pace di quest’anno, invitandoci alla cultura della cura come percorso di pace, per realizzare comunità più fraterne. Nella mia diocesi il vescovo insiste molto sulla cura delle relazioni personali, tra i fratelli di una comunità parrocchiale, tra i sacerdoti, fra chi lavora in curia, negli uffici pastorali e soprattutto la cura delle relazioni con i più poveri. Nei prossimi mesi cominceremo un sinodo diocesano, dal titolo “Chiesa di Savona, prendi il largo, confidando”, chi farà parte dell’assemblea sinodale dovrà  aver a cuore la nostra Diocesi nella sua interezza, con lo sguardo rivolto al futuro, avendo sempre in cuore e in mente il criterio fondamentale: che ogni scelta costituisca “un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione”.

Nella “missione in Italia” di questo secolo, nel contesto di parrocchie italiane sempre più missionarie, quale pensi possa essere il posto di un istituti come la SMA?

D.M.: L’animazione missionaria da parte degli istituti come la SMA, in collaborazione con i centri missionari diocesani dovrebbe diventare parte integrante della pastorale di una parrocchia. Compatibilmente con le forze di un istituto, sarebbe auspicabile passare da un’animazione missionaria legata ad eventi, come ad esempio l’ottobre missionario,  a una presenza nel cammino ordinario di una comunità parrocchiale. Testimonianza e spiritualità missionaria potrebbe essere i pilastri sui quali fondare una costante e feriale collaborazione con una comunità parrocchiale.