FC_In Costa d’Avorio, la fede messa alla prova dal virus 2020-05-22T12:44:45+00:00

In Costa d’Avorio, la fede messa alla prova dal virus

Il coronavirus ha avuto solo effetti sul sistema sanitario, sull’economia, sul tessuto sociale? Tre abitanti della Costa d’Avorio, che abbiamo interpellato, ci testimoniano che anche la fede in Dio è stata scossa. I fedeli escono da questa epidemia provati, ma anche più maturi e responsabili.

A Jean Bosco Yao, che vive in grande quartiere popolare di Abidjan, Koumassi, ho chiesto come hanno vissuto i cattolici questa esperienza dell’isolamento, della chiusura delle chiese, dell’assenza di celebrazioni liturgiche comunitarie.

La radio, il mezzo che ha tenuta accesa la preghiera

“Da noi, nel quartiere Koumassi – dice Jean Bosco – tantissimi cristiani seguivano la messa per radio, trasmessa al mattino alle 6.20 e alla sera alle 19 da Radio Espoir, la principale radio cattolica di Abidjan, trasmessa per FM. La domenica le messe per radio erano tre, di cui una in inglese. Anche protestanti e musulmani hanno usato molto la radio per raggiungere i loro fedeli”.

E ci segnala anche un’iniziativa originale dei Parroci della sua zona di origine, la Prefettura di Tankessé-Koun Fao, nell’est del Paese. Lì non arrivano le radio religiose, obbligate per legge a trasmettere solo localmente. I cristiani hanno installato, in alcuni punti dei villaggi nel territorio della Parrocchia, degli altoparlanti, collegati via cellulare con la sede della Parrocchia. Attraverso questo mezzo si trasmetteva in tutto il villaggio a varie ore del giorno il rosario, la messa, degli insegnamenti biblici, ed anche informazioni sanitarie sull’epidemia in corso. Ciò è stato molto apprezzato dalla gente, che non poteva uscire di casa e andare a pregare insieme in chiesa.

I cristiani di Korhogo si sono lasciati sorprendere

David Daouda, commerciante a Korhogo, grande città del Nord del Paese, membro del Consiglio Parrocchiale, riferisce che i cattolici si sono lasciati sorprendere dalle misure del lockdown. Ciascuno si è ritrovato a dover pregare da solo in casa propria, e dalle Parrocchie non si sono inventati dei mezzi per raggiungere le case. Pochi cristiani hanno lo smartphone, e anche chi ce l’ha non può disporre di una buona connessione internet, e non si potevano dun que organizzare delle dirette facebook, come si faceva a Abidjan, la capitale. Non c’è radio cattolica a Korhogo, e le radio locali trasmettevano solo qualche ora di programmi religiosi alla settimana. Più fortunati i musulmani, che attraverso il grido del muezzin, venivano richiamati ai loro doveri religiosi, nelle 5 ore previste per la preghiera, che i musulmani sono già abituati a fare anche da soli.

Tanti hanno perso la fiducia in Dio

Alphonse Soro vive lui pure a Korhogo, dove lavora come operatore sociale in un Centro per handicapapti. Lui è un po’ pessimista circa le conseguenze sulla fede di questa epidemia: “È stato un grande dolore rimanere senza messa o preghiera alla moschea – spiega – ciascuno a pregare isolato in casa. Certo la fede è rimasta nel cuore della maggior parte dei fedeli, ma alcuni hanno detto di aver perso la fiducia in Dio, quindi, dopo questa epidemia, dovremo pensare a una ri-evangelizzazione.”

Ho voluto porre loro un’altra domanda: in questo tempo di lockdown, come i cristiani hanno manifestato la solidarietà cristiana?

“Tra vicini di casa nel mio quartiere di Abidjan – racconta Jean Bosco Yao – si cerca di aiutarsi. Quando si trova qualche alimento da comprare a prezzo favorevole si condivide. Qualcuno si è persino offerto di pagare per altri le bollette di acqua e elettricità: il governo le ha congelate per tre mesi, ma la gente povera ha paura di trovarsi più tardi con un debito impossibile da pagare”.

Una solidarietà che poteva essere più coraggiosa

Anche a Korhogo non sono mancati gesti di solidarietà, ci informa Alphose Soro: le parrocchie cattoliche e gli istituti di religiose hanno distribuito cibo, medicinali, vestiti, le porte sono sempre rimaste aperte per ascoltare, consolare e incoraggiare le persone sempre più disperate. I grandi commercianti della città hanno donato pacchi di viveri ai più poveri. Ma, osserva Alphonse, “tutto questo è solo una goccia nell’oceano dei bisogni della nostra gente”.

David Daouda ricorda che i politici di Korhogo hanno fatto dei doni alle Parrocchie e alla Moschee, per aiutare ad assistere i fedeli più bisognosi. Ma come sempre, quando la politica si vuole mischiare con la religione, c’è chi l’accusa di strumentalizzazione a fine elettorale, e non apprezza questo tipo di solidarietà. E fa poi un’osservazione sull’atteggiamento prevalente nella sua città e nella sua comunità:“C’è stato secondo me un ripiegamento nell’individualismo – commenta. Ciascuno si preoccupava dei bisogni propri e della propria famiglia. Come Parrocchia non siamo stati capaci di mobilizzarci per pensare ai tanti che vivevano in una situazione di grave mancanza”.

Interviste raccolte da p. Marco Prada